Seconda Guerra Fredda


La modernizzazione negli Stati arabi e l’opposizione dei movimenti islamici
A partire dalla fine degli anni Sessanta, ma soprattutto dagli anni Settanta, emerse in Asia un nuovo fattore di instabilità, che si sarebbe rivelato come un ulteriore elemento di conflittualità nell’area mediorientale: l’affermazione di movimenti politici islamici dopo il processo di decolonizzazione, le elites politiche di molti Stati arabi avevano avviato un progetto di modernizzazione economica e sociale dei propri Paesi: progetto che, prescindendo dai valori propri dell’Islam, risultava cioè basato essenzialmente su un’ispirazione laica. La Turchia, l’Egitto, l’Algeria e la stessa Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) di Arafat avevano accantonato, in quanto sintomo di arretratezza e subordinazione, il tradizionalismo religioso. In Egitto e in Turchia, come in Siria e in Iraq, i partiti nazionalisti al governo si trovarono pertanto a condurre una politica di impronta laica e socialista. Contro questa politica modernizzatrice emersero ben presto in diversi Paesi i movimenti fondamentalisti islamici, che si fecero a loro volta sostenitori di una rigida applicazione della sharia (cioè del codice di comportamento musulmano, fondato sul Corano) e di una moralizzazione della vita pubblica. Furono per l’appunto questi movimenti che, nonostante la repressione subita da parte dei vari governi, assunsero ben presto un ruolo rilevante nella vita politica e civile dei Paesi islamici.

La nascita della repubblica islamica in Iran
Tra i Paesi che seguivano un percorso di modernizzazione e di laicizzazione vi era in Iran, retto dallo scià Reza Pahlevi e legato agli Stati Uniti. Lo scià, che pure aveva avanti un relativo rinnovamento del Paese, basava il proprio potere sulla corruzione e il terrore. Nel settembre del 1978 si registrarono nel Paese dimostrazioni e sommosse popolari e studentesche rivolte contro il regime dello scià e connotate da un forte antiamericanismo.
L’opposizione al regime dello scià era costituita da una componente religiosa tradizionalistica, che criticava le presunte violazioni del Corano prodotte dalla modernizzazione, e dalla modernizzazione, e da una componente di sinistra, che reclamava una maggiore libertà. Le sommosse erano però fomentate soprattutto dalla maggiore autorità religiosa sciita, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, mandato in esilio nel 1965 e residente in Iraq. Nel gennaio 1979 lo scià Pahlevi fu costretto a lasciare l’Iran e Khomeini vi fece ritorno, acclamato e riconosciuto capo spirituale e politico della rivoluzione islamica. L’ayatollah si presentò agli Iraniani e al mondo nella veste di progressista, deciso ad annunciare in nome dell’Islam al popolo oppresso dalla dittatura di Reza Pahlevi il ritorno alla libertà, da conquistare tramite  riforme sociali e il recupero dei valori culturali autoctoni, stravolti dal militaristico modernismo perseguito dallo scià. Ma la riscoperta dei valori coranici, da lui voluta e predicata, assunse ben presto un indirizzo ideologico e repressivo. Il movimento di massa rivolto contro il regime di Reza Pahlevi venne infatti egemonizzato dai capi religiosi: essi nel giro di due mesi ristabilirono la legge coranica e cancellarono sistematicamente quanto di nuovo era stato introdotto nel Paese. Le istituzioni politiche (presidente, Parlamento e governo) vennero poste sotto il controllo delle autorità religiose e le donne furono escluse da alcune cariche pubbliche e obbligate a presentarsi in pubblico coperte dal velo. La nuova repubblica islamica, regolata cioè da principi religiosi, era fondata sulla sharia e si proponeva di esportare la rivoluzione islamica in tutto il mondo musulmano. Dopo la rivoluzione l’Iran si trasformò da principale alleato degli Usa in suo nemico. Così in quegli anni gli Stati Uniti, per la prima volta, si trovarono di fronte alla difficile realtà del fondamentalismo islamico: già nel novembre 1979, durante le sommosse contro il regime dello scià, studenti islamici avevano infatti invaso l’ambasciata americana a Teheran e preso in ostaggio cinquantadue funzionari e impiegati che vi lavoravano. Nell’aprile del 1980 il presidente americano Jimmy Carter (1977-1981) decise di liberare gli ostaggi con un blitz militare, che però si risolse con un totale fallimento e di conseguenza con una pesante perdita di prestigio per gli Usa.
 Nonostante i timori, né il mondo occidentale né quello sovietico avevano colto la novità del movimento khomeinista: la rivoluzione iraniana si opponeva sia al modello occidentale, capitalistico e liberal-democratico, sia a quello comunista e aveva l’ambizione di porsi come terzo modello. Il regime islamico dimostrò con i fatti la sua intenzione di sfuggire all’egemonia occidentale e a quella sovietica, reprimendo sia i movimenti di sinistra sia le forze laiche e liberali della società iraniana.

L’Iraq di Saddam Hussein
Il Paese più diffidente nei confronti dell’Iran khomeinista era comunque il confinante Iraq, dove nel luglio 1979 era diventato presidente il generale Saddam Hussein. Egli apparteneva al partito laico Baath, di tendenze socialiste, ma instaurò ben presto una feroce dittatura, che sfruttava le divisioni etniche, religiose e tribali della società irachena. La popolazione, di religione islamica, era infatti composta da sciiti (55%) e sunniti (35%); questi ultimi, pur non costituendo la maggioranza, godevano di una posizione politica e sociale dominante. Vi era poi una minoranza di etnia curda, cioè indoeuropea e non araba, che rappresentava circa il 15% della popolazione. Il regime di Saddam Hussein praticava forti discriminazioni nei confronti degli sciiti e dei Curdi, tra i quali era particolarmente forte l’opposizione al dittatore.
L’Iraq di Saddam Hussein, che poteva contare su notevoli risorse petrolifere di proprietà dello Stato, aspirava a esercitare un ruolo egemonico nell’area mediorientale e del Golfo Persico, e in particolare rivendicava alcuni territori alla foce del Tigri, rilevanti per la produzione petrolifera e per i traffici. Questo lo pose in conflitto con l’Iran di Khomeini, che, come abbiamo già detto, stava diventando una nuova e temibile potenza in quella stessa regione.

Guerra tra iraniani e iracheni
Nel settembre 1980 ebbe luogo l’attacco militare dell’Iraq all’Iran. Gli Stati arabi del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman), insieme alla Giordania e all’Egitto, appoggiando l’Iraq, mentre Siria, Algeria e Libia sostennero l’Iran. Stati Uniti e Unione Sovietica condussero per parte loro una sorta di doppio gioco: gli Usa, insieme al resto dell’Occidente, sostennero l’Iran in quanto preoccupati dall’espansione del fondamentalismo islamico, trasferendo però segretamente armi all’Iran; l’Urss appoggiò ufficialmente l’Iran, vendendo nello stesso tempo armamenti all’esercito iracheno. La guerra era destinata a durare con fasi alterne fino al 1988, provocando un milione di morti, sia a causa della lunghezza del conflitto, sia a causa del ricorso dell’Iraq al suo arsenale chimico, impiegato non soltanto contro gli Iraniani, ma anche contro i propri cittadini di etnia curda, che approfittarono del conflitto per tentare di affiancarsi dal dominio di Baghdad.
Nel marzo 1988 infatti i ribelli curdi e le Guardie della rivoluzione iraniana, dopo una battaglia durissima, avevano cacciato l’esercito iracheno dalla città di Halabja, situata nel Kurdistan iracheno, al confine con l’Iran. Poche ore dopo aviazione irachena bombardò la città con una miscela terribile di gas tossici: in un’ora morirono almeno cinquemila persone. Altre quattromila persero la vita mentre fuggivano verso il confine iraniano, ma le patologie determinate dai gas ebbero conseguenze per molti anni a venire. Saddam Hussein peraltro non si concentrò esclusivamente sull’armamento chimico, ma nello stesso periodo investì anche sul nucleare. E arrivò così avanti da suscitare una reazione armata da parte di Israele, che nel 1982 dispose un raid aereo per distruggere il nascente arsenale nucleare iracheno.

Fine dello scontro: Muore Khomeini
Nel luglio 1988 una risoluzione delle Nazioni Unite pose fine alla guerra, lasciando immutata la situazione territoriale dei due Paesi. Nel giugno 1989 sopraggiunse poi la morte di Khomeini, cui successe al vertice dello Stato Alì Rafsanjiani. Scrupoloso seguace della linea integralista del predecessore, egli si impegnò tuttavia a rimuovere l’isolamento internazionale in cui l’Iran si era venuto a trovare a seguito della rivoluzione islamica, intrattenendo nuovi, seppure timidi rapporti con l’Occidente.

L’invasione russa dell’Afghanistan
Tra i Paesi che si trovavano esposti al contagio rivoluzionario che proveniva dall’Iran vi erano le repubbliche sovietiche centro-asiatiche, abitate da popolazioni musulmane. Fu in parte questo a spingere l’Unione Sovietica di Breznev il 29 dicembre 1979 a invadere l’Afghanistan, dietro richiesta dello stesso governo afghano presieduto da Babrak Karmal. Questi, infatti, sentendosi minacciato dalle crescenti tensioni interne e soprattutto dalla resistenza opposta al suo regime di indirizzo marxista da guerriglieri islamici anticomunisti, aveva chiesto l’aiuto militare dell’Urss. L’operazione in Afghanistan fece perdere all’Unione Sovietica il prestigio cui godeva tra i Paesi arabi e si scontrò con la nascita della guerriglia dei mujaheddin, che si impegnarono nella guerra santa contro gli invasori sovietici. Oltre al desiderio di preservare il suo territorio dal contagio dell’integralismo islamico, Mosca, spingendo le proprie forze armate verso la parte sud-occidentale dell’Asia, obbediva anche a una precisa esigenza strategica: quella, cioè, di raggiungere direttamente il Golfo Persico e quindi le immense riserve petrolifere della ricca regione. L’invasione dell’Afghanistan suscitò le proteste del mondo occidentale, anche perché in questo caso l’Unione Sovietica, diversamente rispetto a quanto era accaduto nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia, era intervenuta in uno Stato non appartenente alla sua riconosciuta sfera d’influenza. Si spiega così il sostegno inviato ai guerriglieri afghani da alcune potenze occidentali e in particolare degli Stati Uniti. Gli Usa tra l’altro sospesero la vendita di grano all’Unione Sovietica e annunciarono che non avrebbero partecipato alle Olimpiadi di Mosca nel 1980.

Le politiche neoliberiste negli Stati Uniti e in Europa
Gli anni successivi alla crisi petrolifera del 1973 furono caratterizzati da notevoli trasformazioni sul piano economico, politico e sociale. Già alcuni anni prima (15 agosto 1971) era caduto un pilastro fondamentale dello sviluppo, con la fine della convertibilità del dollaro in oro, sancita dagli accordi di Bretton Woods.
A partire da quella data, infatti, si diffuse in quasi tutti i Paesi industrializzati una crisi economica, della quale l’aumento del prezzo del petrolio fu la principale, ma non unica ragione. In realtà, già prima che si verificassero gli effetti dello shock petrolifero, la crescita dell’economia mondiale era vistosamente rallentata; dal dopoguerra alla fine degli anni Sessanta il prodotto interno lordo dei singoli Paesi, tranne Giappone e Germania, era infatti cresciuto costantemente, mentre nei primi anni Settanta si era cominciata a delineare una tendenza opposta, particolarmente evidente negli Stati Uniti. A differenza di quanto avvenuto in passato, al rallentamento della crescita economica, e dunque alla contrazione della produzione e degli investimenti, non era seguita una caduta dei prezzi bensì un loro aumento (inflazione). L’aumento del costo della vita inoltre erodeva i redditi fissi e questo innescò un’ulteriore rincorsa al rialzo tra prezzi e salari. Per la prima volta dunque stagnazione e inflazione si manifestavano e procedevano insieme, creando uno stato di cose sconosciuto alla teoria economica. Questo fenomeno nuovo venne denominato dagli economisti stagflazione.
In questa fase, segnata da un forte aumento dei disoccupati, lo Stato si trovò a dover intervenire ricorrendo ai vari ammortizzatori sociali (sussidi di disoccupazione, cassa integrazione ecc.): furono messi in atto, insomma, gli strumenti tipici dello Stato sociale, un modello che si era imposto, nei suoi aspetti essenziali, in tutte le democrazie occidentali. Ma tale politica di intervento dello Stato innescò, a sua volta, l’aumento della spesa pubblica e provocò ampi deficit nei bilanci statali, che potevano essere sanati solo con una misura impopolare come l’aumento delle tasse. Le politiche di Welfare State cominciarono così, sul finire degli anni Settanta, a dare evidenti segnali di crisi.
Nel 1979 in Gran Bretagna fu eletto un governo conservatore guidato da Margaret Thatcher e nel 1980 negli Stati Uniti divenne presidente Ronald W. Reagan. Sulla base di quanto promesso nei loro programmi elettorali, i governi inglese e americano portarono avanti una politica economica di stampo neoliberista. Questo orientamento mirava a combattere decisamente la crisi che aveva segnato l’economia negli anni Settanta eliminando, o comunque riducendo drasticamente, la presenza dello Stato in economia, giudicata come la causa stessa della crisi. In base alle ipotesi neoliberiste, infatti il mercato, una volta liberato da ogni sorta di vincolo statale, avrebbe potuto garantire la ripresa economica. Per innescare questo processo, però, era essenziale far crescere i profitti in modo da poter sostenere gli investimenti; la strada individuata dai neoliberisti passava attraverso una diluizione della pressione fiscale sulle imprese, una compressione dei salari e decisi tagli al sistema di Welfare State.

La politica economica di Margaret Thatcher
In Inghilterra il lungo governo conservatore di Margaret Thatcher (1979-1990) attuò un programma che si basava sul rilancio dell’economia attraverso le privatizzazioni del settore pubblico e la modernizzazione dell’apparato produttivo; sulla riduzione della spesa pubblica e dello Stato sociale; su un ridimensionamento del potere dei sindacati, ritenuti responsabili degli alti costi e delle inefficienze del sistema economico. Il primo ministro inglese decise fra l’altro di smantellare il settore dell’estrazione del carbone, giudicato ormai poco produttivo. I minatori reagirono con scioperi durissimi per un intero anno (marzo 1984- marzo 1985), ma la lunga stagione conflittuale si concluse con la vittoria del premier, rimasto irremovibile sulle sue posizioni di fondo malgrado le forti pressioni sindacali. Nello stesso tempo la Thatcher avviava una sempre più ampia opera di privatizzazione delle imprese a gestione statale, nella convinzione di poter ottenere prodotti e risultati migliori e a costi inferiori. Nel 1987 i risultati della politica economica della Thatcher si presentavano contradditori: da una parte erano diminuiti l’inflazione, la disoccupazione e il deficit pubblico, mentre era aumentato il prodotto interno lordo; dall’altra, però, si erano drasticamente abbassati gli standard dei servizi sociali e assistenziali ed erano aumentate le disuguaglianze sociali, come mai era avvenuto dal dopoguerra. In politica estera la Thatcher, pur accettando che il proprio Paese continuasse a far parte dell’Europa unita, perseguì un rapporto preferenziale con gli Stati Uniti. La fermezza della Thatcher ebbe modo di manifestarsi quando, nel 1982, l’Argentina occupò le isole Falkland, poste sotto la sovranità britannica. Il primo ministro inglese inviò sul posto una flotta e un corpo di spedizione, che dopo una breve ma sanguinosa guerra, costrinsero gli Argentini alla resa e il governo di Buenos Aires alle dimissioni.

La politica economica di Ronald Reagan
Anche il presidente americano attuò un intenso programma di liberalizzazione e di deregolamentazione (deregulation, riduzione della regolazione pubblica). Con lo slogan meno Stato, più mercato egli propose di liberalizzare la vita economica in ogni settore, di abbassare le tasse e di ridurre enormemente l’assistenza dello Stato ai bisognosi (disoccupati, malati, poveri), al fine di contrarre le voci di spesa dei bilanci statali. Nello stesso tempo il presidente varò un massiccio piano di rilancio della spesa pubblica nel settore militare. Questa linea economica, conosciuta anche come Reaganomics, ebbe come effetto quello di far crescere il prodotto nazionale lordo, di contenere l’inflazione e di riassorbire almeno in parte la disoccupazione, nonostante il permanere di un consistente deficit di bilancio dello Stato, dovuto alla spesa militare.
La deregulation praticata in alcuni importanti settori e la politica della riduzione fiscale favorirono soprattutto i ceti più benestanti e gli investitori, ma determinarono anche conseguenze negative: interi comparti industriali entrarono in crisi perché privi di qualsiasi sussidio statale; il taglio delle spese e dell’assistenza pubblica accentuò le disuguaglianze sociali; le fasce a reddito medio-basso della popolazione, in generale, furono colpite dalla contrazione delle previdenze sociali.

Primi progressi
In Europa la crisi economica comportò difficoltà per tutti i Paesi e anche il Sistema monetario europeo (Sme), il sistema di cambi fissi fra le singole monete nazionali istituito nel 1979, non riuscì a coordinare in modo efficace le diverse politiche economiche. Il cammino dell’unificazione proseguì comunque durante gli anni Ottanta: infatti i dodici Paesi che facevano parte della Comunità europea gettarono le basi, nel 1986, di una vera e propria confederazione politica. A tal fine decisero di rafforzare i poteri del Parlamento europeo e la cooperazione fra gli Stati in alcuni settori, tra cui la tutela dell’ambiente. Inoltre si impegnarono a creare un effettivo mercato europeo unificato anche dal punto di vista monetario entro il 31 dicembre 1992 e a cooperare in maniera concreta e costruttiva nel delicato campo della politica estera, al fine di realizzare una comune linea strategica. Al di là di questo comune impegno, i Paesi europei intrapresero nella politica interna strade differenti e indipendenti.

Governi socialisti in Spagna e Francia
In Spagna il 28 ottobre 1982 le nuove elezioni politiche dettero luogo a un’inaspettata svolta, assegnando la maggioranza assoluta ai socialisti di Felipe Gonzales, che pochi giorni dopo fu invitato dal sovrano Juan Carlos ad assumere la carica di presidente del Consiglio. Anche in Francia andò al governo un socialista, Francois Mitterrand, eletto da uno schieramento unitario della sinistra nel 1981 e riconfermato presidente dal corpo elettorale per il settennio 1988-1995. In politica interna Mitterrand attuò una serie di aumenti salariali, secondo un preciso indirizzo socialista. Il suo programma fu però in buona parte ridimensionato rispetto agli impegni elettorali assunti anche a causa dei pesanti condizionamenti imposti dalla situazione economica nazionale e internazionale.

Il governo cristiano-democratico in Germania
Nella Germania federale, il processo di apertura all’Est europeo arrivato da Willy Brandt venne interrotto nel 1983 a causa del nuovo inasprimento dei rapporti tra i due blocchi, che mise in crisi il nuovo corso da poco intrapreso. Le elezioni politiche del 1982 avevano intanto riportato al governo i cristiano-democratici e i liberali, guidati dal cancelliere Helmut Kohl, che rimase in carica fino al 3 ottobre 1990.

L’inasprimento delle relazioni tra Usa e Urss
Nel 1977 l’Unione Sovietica di Breznev, con una mossa non concordata, decise di sostituire il suo arsenale di missili a medio raggio, capaci di colpire un obiettivo a una distanza fra i 1000 e i 5000 chilometri, ma ormai vecchi e obsoleti, con nuovi missili balistici SS20, più potenti come gittata e dotati di tre testate nucleari. Tale iniziativa mise in allarme i Paesi europei, direttamente minacciati proprio dal nuovo tipo di armi sovietiche puntate contro di loro. In risposta al programma sovietico un accordo Nato autorizzò l’istallazione di 108 missili da crociera (Cruise) nelle basi militari americane situate in Gran Bretagna, in Germania occidentale e in Italia (a Comiso, in Sicilia). Per protesta i Sovietici a loro volta abbandonarono i negoziati Start in corso a Ginevra sul controllo degli armamenti.
I missili Nato furono installati in Europa nel 1983, e nello stesso anno il presidente americano Reagan annunciò un ambizioso progetto di difesa strategica, meglio conosciuto come scudo spaziale, teso a neutralizzare, mediante l’impiego di raggi laser, qualunque aggressione missilistica: progetto di non sicura realizzabilità, ma indubbiamente molto costoso. Non mancarono le proteste dell’opinione pubblica statunitense, di cui si fecero interpreti le correnti pacifiste, sempre più attive nel Paese, e ampi settori del Partito democratico, che denunciarono il preoccupante aumento delle spese militari, il pesante disavanzo commerciale e la perdita di competitività dell’industria americana. La corsa agli armamenti e l’incremento delle spese militari gravarono in modo ancora più pesante sulle economie pianificate dell’Europa orientale, già di per sé incapaci di assicurare alle popolazioni un miglioramento delle condizioni di vita paragonabile a quello raggiunto nei Paesi occidentali. E tutto ciò causò un aumento diffuso delle proteste e un ulteriore calo del consenso.
Questo inasprimento dei rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta, viene comunemente definito seconda guerra fredda: si tratta dell’epilogo del conflitto tra i due blocchi.
Ad accrescere la tensione fra i due blocchi contribuiva anche la ripresa dell’influenza comunista in America latina e in Africa: qui a partire dal 1975, nelle ex colonie portoghesi (Guinea Bissau, Angola, Mozambico) avevano preso il potere settori marxisti dei movimenti rivoluzionari; ancora nel 1975 nel Benin (già Dahomey) e nel Madagascar, e poi in Etiopia, i leader al potere accolsero l’appoggio diplomatico e militare sovietico. Il governo degli Stati Uniti, dal canto suo, intervenne attivamente in America centrale per combattere movimenti e governi di sinistra: appoggiò così i contras contro i sandinisti in Nicaragua e gli eserciti governativi contro il movimento filo socialista di liberazione nazionale in Salvador. Inoltre decise l’invasione dell’isoletta di Grenada (Piccole Antille), retta da un governo filosovietico, allo scopo di lanciare un avvertimento al regime comunista di Castro.

Gorbaciov e la democratizzazione dei Paesi dell’Est
L’Unione Sovietica, che aveva rivelato il proprio volto autoritario con la repressione della primavera di Praga nel 1968, vide intaccata nel decennio successivo la solidità del proprio modello politico e ideologico su vari versanti; tra questi, le reazioni suscitate nel mondo per l’intervento militare in Afghanistan e l’inasprimento, durante l’età brezneviana, della repressione nei confronti degli intellettuali dissidenti: molti di loro furono incarcerati, internati in ospedali psichiatrici, esiliati in regioni lontane o espulsi. In tale contesto va inquadrata anche la vicenda del grande fisico sovietico Andrj Sacharov (1921-1989), autore di studi fondamentali sull’origine della materia e premio Nobel per la pace nel 1975, il quale, rimasto per ben sette anni nell’esilio di Gorkij (1980-1986) sotto l’accusa di attività anticomunista, verrà liberato e riabilitato soltanto nel 1986.
Ma è soprattutto la crisi che colpisce l’economia a rivelarsi il fattore più importante della debolezza sovietica. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, il tasso di crescita della produzione industriale si era ridotto dall’8% al 3,7% quello agricolo dal 4 al 1% e il reddito nazionale dal 7 al 3%. Il sistema era così rigidamente centralizzato e burocratico che permetteva di utilizzare solo una minima parte delle potenzialità della struttura produttiva. In questo contesto critico, le spese per la difesa rappresentavano la quota predominante degli investimenti. Di lì a poco, le strutture politiche dei Paesi dell’Est europeo avrebbero subito profondi mutamenti. Gli eventi che causarono la definitiva destabilizzazione degli equilibri interni e internazionali dell’Urss furono la crisi del regime comunista in Polonia e la ristrutturazione della stessa società sovietica posta in atto dal nuovo segretario del Pcus Michail Gorbaciov.
Nell’agosto 1980, tra lo stupore del mondo occidentale, in Polonia si verificò un improvviso sciopero degli operai dei cantieri navali di Danzica, provocato da un forte aumento dei prezzi dei generi alimentari. Guidati abilmente da Lech Walesa, i lavoratori riuscirono a imporre al Partito comunista polacco una serie di concessioni da parte governativa, fra le quali l’istruzione di un libero e autonomo sindacato chiamato Solidarnosc (solidarietà). Nel corso del primo congresso (settembre 1981) i dirigenti del nuovo sindacato spinsero le loro rivendicazioni fino a chiedere libere elezioni. L’attività di Solidarnosc aveva ottenuto una grande popolarità internazionale grazie all’appoggio della Chiesa cattolica e in modo particolare di Karol Wojtyla, il cardinale polacco di Cracovia salito al soglio pontificio nel 1978 col nome di Giovanni Paolo II.

Il colpo di Stato militare
Pressati dal governo di Mosca, che temeva il contagio dell’esempio polacco negli altri Paesi socialisti, i dirigenti del Partito comunista polacco, per evitare che potesse ripetersi quanto era accaduto a Praga nel 1968, cedettero il potere ai militari: nel dicembre 1981 un colpo di Stato portò al potere il generale Wojciech Jaruzelski, il quale impose la legge marziale, la censura, il divieto di sciopero, gli arresti di massa, la militarizzazione delle industrie e dei servizi pubblici. A Danzinca, a Crocavia, a Varsavia operai e studenti opposero una disperata quanto inutile resistenza. Una dura protesta si levò da tutto il mondo occidentale, specialmente dagli Stati Uniti. Ma nel giro di qualche giorno, nel Natale del 1981, le autorità ufficiali polacche potevano dichiarare che la situazione si era normalizzata nell’intero Paese. Le agitazioni operaie e studentesche tuttavia non cessarono, appoggiate dai capi di Solidarnosc, che operavano clandestinamente. Né mancarono momenti di difficoltà per il regime militare di Jaruzelski, soprattutto quando il Parlamento, l’8 ottobre 1982, mise fuori legge il libero sindacato e quando alcuni membri della polizia politica vennero riconosciuti colpevoli del rapimento e dell’assassinio del sacerdote Jerzy Popieluszko cappellano di Solidarnosc e avversario del regime, il cui corpo straziato dalle torture era stato rinvenuto in un bacino artificiale della Vistola.
A questo punto un inatteso profondo mutamento in Unione Sovietica intervenne a cambiare la situazione dell’intero Est comunista. Nel novembre 1982 moriva infatti il vecchio Breznev e, nel marzo successivo, veniva eletto nuovo segretario del partito Michail Gorbaciov, convinto sostenitore della necessità di una trasformazione della vita politica ed economica sovietica e di un rilancio della distensione in campo internazionale. L’attività del nuovo leader si basò su due presupposti, indicati con i termini russi glasnost (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione). Il principio della trasparenza introdusse un cambiamento radicale nel modo di gestire la vita politica: le decisioni del governo, prima segrete, dovevano infatti essere rese pubbliche; inoltre, venivano ampliate le libertà di stampa e di opinione. Particolare significato assunse, in questo senso, il ritorno a Mosca, nel dicembre 1986, dopo sette anni di confino, del fisico Andrej Sacharov, esponente attivo del dissenso sovietico. Tale iniziativa fu ben presto seguita dalla liberazione di detenuti politici particolarmente autorevoli.

La ricostruzione
La perestrojka avviava a sua volta radicali riforme nella struttura politico-economica del Paese. Secondo Gorbaciov l’ammodernamento del sistema economico dell’Urss richiedeva innanzitutto una riduzione delle spese militari e, poi, l’inserimento del Paese nel circuito commerciale mondiale, anche per assicurargli quei capitali e quella tecnologia che l’Unione Sovietica non possedeva e che erano vitali per il suo sviluppo economico. La condizione necessaria per raggiungere questi obiettivi era la presenza di un contesto internazionale pacificato. Gorbaciov considerava poi indispensabile introdurre i principi dell’economia di mercato, riducendo i forti controlli dello Stato sul sistema produttivo, attribuendo una certa autonomia alle imprese e incentivando la produzione e il consumo individuali. Né a lui sfuggiva che le resistenze opposte a questi cambiamenti da parte degli apparati di potere, burocratici e militari sarebbero state molto forti.
Nell’ottobre 1986, come segno della propria disponibilità a un mutamento d’indirizzo nel delicato campo della politica internazionale, Gorbaciov ordinò un ritiro graduale e programmato dall’Afghanistan, che giungerà a conclusione nel febbraio del 1989. Il nuovo clima di distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica venne di fatto sancito poco dopo, nel corso del summit tenuto a Washington ai primi di dicembre del 1987. In quell’occasione i due grandi decisero di distruggere 2700 dei rispettivi missili e medio e a corto raggio e con gittata tra i 500 e i 5000 chilometri. Per la verità, l’accordo riguardava soltanto una piccola parte degli arsenali nucleari statunitensi e sovietici, ma non per questo era privo di significato, in quanto costituiva il primo passo sulla via del disarmo. Si apriva così un’epoca di distensione internazionale, che ricevette una conferma ufficiale nel maggio 1988 con la visita di Reagan a Mosca.

Situazione in Polonia
Nel nuovo clima di apertura politica, i Paesi dell’Europa orientale poterono riportare in primo piano le richieste di rinnovamento. Ad aprire un varco furono ancora una volta, nell’aprile 1988, gli operai polacchi dei cantieri di Danzica, i quali, attraverso una serie di scioperi, dettero vita a un vero e proprio braccio di ferro con il governo di Jaruzelski, che cadde nel mese di settembre. Un lungo periodo di trattative si concluse con la piena legislazione di Solidarnosc e un esplicito accordo per il passaggio della Polonia al pluralismo partico e quindi a elezioni libere da qualsiasi condizionamento politico. Le regolari operazioni di voto, svoltesi nell’agosto 1989, fecero registrare una massiccia vittoria di Solidarnosc (90% delle preferenze) sul Partito comunista (10%) e portarono alla formazione del primo governo non comunista del dopoguerra nell’Europa orientale. Proprio mentre la Polonia si accingeva a varare il suo nuovo governo (24 agosto 1989), altri due eventi clamorosi si verificavano contemporaneamente e inaspettatamente: uno in Ungheria, l’altro nella Germania orientale.

La democrazia in Ungheria
In Ungheria alcuni autorevoli esponenti del partito unico ungherese, ispirati dagli avvenimenti polacchi e ben consapevoli delle difficoltà economiche e politiche interne, dettero inizio nell’ottobre 1989 a un processo di democratizzazione del Paese. Si affermò così una maggioranza riformatrice, che chiese e ottenne sia la riabilitazione di Imre Nagy, l’eroe della rivolta antisovietica del 1956 condannato a morte per impiccagione nel giugno del 1958 come traditore della patria; sia la deposizione di Janos Kadar, che era divenuto l’uomo forte del regime con l’appoggio dell’Urss. Nello stesso tempo si apriva un acceso dibattito all’intero del Paese, sfociato ben presto nello scioglimento ufficiale del Partito comunista (ottobre 1989), che si trasformà in Partito socialista ungherese. In breve tempo i riformatori predisposero una nuova Costituzione, che decretava la liquidazione dell’eredità marxista e del socialismo reale, e fondava una nuova repubblica, con un presidente scelto attraverso libere elezioni democratiche. Nelle elezioni del marzo 1990 il Partito comunista ottenne soltanto il 10% dei voti: anche in Ungheria si costituì quindi il primo governo non comunista (marzo 1990).

La pacifica rivolta della Germania orientale.

Nella Germania orientale, da sempre considerata all'interno del Patto di Varsavia il baluardo dell'ortodossia comunista, un vasto movimento popolare dette vita nell'agosto del 1989 a una rivolta pacifica contro il regime autoritario del vecchio presidente Erich Honecker, in carica dal 1971, con la quale si chiedevano riforme in senso democratico (libertà di stampa e di opinione, pluralismo partitico, parziale privatizzazione dell'economia, modifica del sistema elettorale). Tale movimento popolare, appoggiato anche da una visita a Berlino del leader sovietico Gorbaciov, finì però per tradursi ben presto in un'inaspettata fuga verso la Germania federale di migliaia di cittadini, che adesso potevano raggiungere l'Occidente passando attraverso l'Ungheria, e poi la Cecoslovacchia, le cui frontiere erano state aperte.

La caduta del muro di Berlino
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La democrazia in Cecoslovacchia e la nascita di due Stati
Nel mese successivo una rivolta pacifica caratterizzata da imponenti manifestazioni di piazza (detta la rivoluzione di velluto per la sua forza non violenta) sancì la fine del ruolo guida del Partito comunista anche in Cecoslovacchia. Il 29 dicembre 1989 l’indipendente Vaclav Havel venne eletto presidente della repubblica: era il primo capo di Stato non comunista dal 1948. Dalle elezioni del 1990 scaturì una situazione politica inedita, un Parlamento diviso tra Cechi e Slovacchi, cioè tra gli abitanti delle due regioni storiche (Boemia e Slovacchia) che avevano formato lo Stato fondato nel 1919, all’indomani della prima guerra mondiale. Le due regioni vivevano una situazione economica profondamente diversa: mentre la Boemia si avviava a un radicale rinnovamento grazie anche ai tradizionali legami con l’Europa centrale, in Slovacchia, dove era concentrata l’industria pesante e dove più forte era stata la dipendenza dall’Urss, si verificò una fortissima crisi con alte percentuali di disoccupati. Nel giugno 1992 si arrivò alla separazione consensuale delle due regioni e alla nascita, il 1° gennaio 1993, di due nuovi Stati: la Repubblica ceca, con capitale Praga, sotto la presidenza (dal 26 gennaio) di Vaclav Havel; e la Repubblica slovacca, con capitale Bratislava, sotto la presidenza (dal 15 febbraio) di Michal Kovac.

La fine della dittatura di Ceausescu in Romania
In Romania, a differenza degli altri Paesi, la caduta del regime avvenne in modo cruento. Qui nel dicembre 1989, quasi contemporaneamente agli eventi cecoslovacchi, il popolo insorse contro il regime comunista dominato dalla dittatura personale di Nicolae Ceausescu (1918-1989), al potere dal 1965. La violenta reazione della polizia segreta fedele al dittatore, la Securitate, impose al Paese un pesante tributo in vite umane, ma non riuscì a impedire il rovesciamento del regime, la cattura di Ceausescu e di sua moglie Elena, responsabili dei più efferati delitti, e la loro condanna a morte dopo un processo sommario (22 dicembre 1989). La transizione a una forma di convivenza civile su basi democratiche fu avviata il 20 maggio del 1990 non da un partito socialdemocratico neocomunista, artefice primo della nomina a presidente della Romania di Ion Iliescu, uomo già legato al passato regime e solo tardivamente dissociato. Per queste ragioni la sua nomina fu motivo di un diffuso scontento popolare. Violente agitazioni portarono alla caduta dei regimi comunisti anche in Bulgaria (gennaio 1990) e in Albania (maggio 1990). Questa serie di cambiamenti epocali si verificavano quasi in contemporanea e si intrecciavano alle trasformazioni che nel frattempo avvenivano nell’Unione Sovietica.

Il crollo dell’Urss e la nascita della federazione russa
Mentre nell’Europa orientale rivolte e rivoluzioni sancivano la fine dei regimi comunisti e il passaggio alla democrazia parlamentare, in Urss la riforma del sistema socialista avviata da Gorbaciov si stava attuando, ma con non poche difficoltà. La perestrojka e la glasnost, inaugurate dal nuovo corso di Gorbaciov, avevano dato luogo a significative trasformazioni:
-un radicale ridimensionamento del ruolo del Partito comunista quale struttura portante ed egemonica dello Stato e la nascita del pluripartitismo;
-la liberazione dell’informazione e della cultura, che permise una nuova fioritura di giornali e di opposti schieramenti politici, oltre alla riabilitazione di molte personalità perseguitate;
-il progetto di trasformare l’Unione Sovietica in repubblica federale sotto la guida di un presidente eletto dal popolo sovrano e non scelto da un partito. Le nuove elezioni del Congresso dei deputati del popolo del 1989 vennero organizzate e svolte sulla base del multipartitismo e del suffragio universale.
Il nuovo corso gorbacioviano era pienamente appoggiato dal nuovo presidente americano, il repubblicano George Bush, uscito vincitore nelle elezioni del novembre 1988 e insediatosi alla Casa Bianca nel gennaio dl 1989. L’incontro nelle acque di Malta (3-4 dicembre 1989) tra Gorbaciov e Bush segnò una tappa fondamentale verso un progressivo superamento della spartizione del mondo decisa a Yalta (1945) e del concetto di sovranità limitata. Qui fu ribadita la volontà delle due potenze (già espressa a Washington nel 1987) di ridurre gli arsenali militari; fu messa inoltre a punto una strategia operativa che permetteva di trasferire risorse dal settore militare a quello dell’economia civile.
Gorbaciov manifestò la sua politica di distensione anche con altri atti significativi. Nel 1988 aveva deciso il ritiro delle truppe inviate in Afghanistan; al maggio del 1989 risale la ripresa di rapporti diplomatici con la Cina, dove il leader sovietico si recò in visita ufficiale dopo 29 anni dalla rottura intervenuta fra Krusciov e Mao. Sempre nell’ambito della politica estera, Gorbaciov, il 6 luglio del 1989, presentò al Parlamento europeo di Strasburgo l’idea di una casa comune europea, nell’ambito della quale fosse possibile attuare una riforma del’ordinamento internazionale attraverso una cooperazione tesa a costituire una zona economica dall’Atlantico agli Urali. Nel febbraio 1991 verrà presa un’iniziativa di enorme rilievo: dopo 36 anni, la struttura militare del Patto di Varsavia fu sciolta. Un’altra importante iniziativa di Gorbaciov fu la sospensione degli esperimenti atomici: con il trattato Start 1, firmato nel luglio 1991 durante la visita a Mosca del predidente George Bush, si stabilì una concorde riduzione del 40% circa degli armamenti nucleari e la contemporanea distruzione degli armamenti chimici.

L’avvicinamento sovietico alla Chiesa cattolica
In tale quadro di rinnovamento dei rapporti internazionali ebbe anche luogo, il 1° dicembre 1989, l’incontro in Vaticano fra Gorbaciov e papa Giovanni Paolo II, ripetuto poi una seconda volta il 18 novembre 1990 in occasione della firma del primo trattato di amicizia e cooperazione fra l’Italia e Urss: segno evidente e tangibile del grande cambiamento in atto nello Stato sovietico, volto a superare la dura opposizione che il regime comunista aveva esercitato per molti decenni nei confronti della religione.

Le difficoltà interne
Gorbaciov si mostrò invece meno efficace in campo economico: il suo socialismo aperto, che mirava a riformare il vecchio comunismo sulla base di alcuni principi propri del liberalismo occidentale, non riuscì praticamente a decollare, sia per la resistenza della burocrazia e dell’esercito, sia per l’oggettiva difficoltà di giungere in tempi brevi a una equilibrata privatizzazione degli organi, attività commerciali ecc.), da troppo tempo sottoposti al rigido controllo statale. Nei negozi intanto cominciava ad aggravarsi la mancanza di generi di prima necessità e veniva diffondendosi a macchia d’olio la povertà: conseguenza diretta, questa, dei primi provvedimenti riguardanti lo smantellamento dello Stato assistenziale, assicurato fino ad allora dal passato regime.
La crisi economica alimentava a sua volta la sfiducia della popolazione e l’ostilità nei riguardi della dirigenza gorbacioviana. A rendere più difficile la situazione si aggiungeva l’emergere di tendenze nazionalistiche e separatiste in diverse repubbliche con popolazione a maggioranza non russa: le repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania), l’Ucraina, le repubbliche caucasiche (Armenia, Azerbaigian, Georgia) rivendicavano una maggiore indipendenza da Mosca. Queste tensioni nazionalistiche aggravavano il già precario ordine interno e davano vigore alle pressioni degli ambienti militari e dei burocratici del partito, contrari alle riforme e favorevoli a un ritorno alla normalizzazione.

1991: Lo scioglimento dell’Unione Sovietica
Mentre Gorbaciov cercava di rimediare tra le diverse spinte della politica e della società, Boris Eltsin (1931-2007), un ex membro del Politburo fautore di un rapido passaggio a un’economia di mercato, si avviava a divenire sempre più popolare, al punto da ottenere il 60% di voti nelle elezioni a suffragio universale del 12 giugno 1991 per l’elezione del presidente della repubblica russa. Gorbaciov si trovò così ben presto stretto tra l’opposizione conservatrice dei militari e dei burocratici di partito e quella riformatrice di Eltsin. Quando egli accettò di concedere un’ampia autonomia alle repubbliche, le tensioni aumentarono fino a sfociare, nell’agosto 1991, in un colpo di Stato organizzato da esponenti del governo, del Partito comunista, della polizia politica (Kgb) e dell’esercito: coloro, insomma, che si sentivano direttamente minacciati dall’ondata riformatrice di Gorbaciov. Il colpo di Stato fallì per la mancanza di appoggio popolare, per l’incertezza dell’esercito e per l’opposizione della parte riformista del partito, guidata da Eltsin. Il 21 agosto i golpisti vennero infatti arrestati e il giorno successivo Gorbaciov rientrò al Cremlino, ma Eltsin deteneva ormai il controllo della situazione politica. Nel dicembre molte repubbliche proclamarono la loro indipendenza: Lettonia, Estonia, Lituania, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Armenia, Moldavia, Bielorussia. Il 9 dicembre, infine Eltsin dichiarò sciolta l’Unione Sovietica e insieme ad essa il Pcus (Partito comunista dell’Unione Sovietica). Al suo posto fu costituita una Confederazione di Stati indipendenti (Csi), al cui interno la Repubblica russa assunse un ruolo guida, tanto da ottenere poi il seggio permanente, che era proprio dell’Urss, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Finisce un’epoca
Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov si dimise dalla carica di presidente della repubblica, mentre la bandiera tricolore della Repubblica russa sostituiva quella rossa con la falce e il martello dell’ex impero dei soviet, rimasta per oltre settant’anni sulla cupola più alta del Cremlino. Si sanciva in tal modo la chiusura di un’epoca storica iniziata cinquant’anni prima e con essa la fine del bipolarismo e della guerra fredda.


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