Il Fascismo in Italia - Riassunto


di Benito Mussolini, in Italia
Riassunto:

Nel corso di pochi ma travagliati anni il fascismo aveva raccolto sempre più consensi. Mussolini in breve aveva abbandonato i progetti repubblicani e aveva trasformato il movimento in senso conservatore, trovando l’appoggio dei ceti possidenti e della media borghesia e accentuando prima di tutto il suo carattere antisocialista. Sin dal 1919, inoltre, egli aveva dato vita alle squadre d’azione o squadracce, che con l’uso della violenza intervenivano per bloccare gli scioperi degli operai e dei braccianti, assalivano le cooperative e le leghe operaie, le sedi dei partiti e dei giornali socialisti (come era avvenuto nella sede milanese dell’Avanti!). La situazione sembrò precipitare il 21 novembre 1920, giorno in cui a Bologna furono sparati alcuni colpi di pistola contro Palazzo d’Accursio, sede del Comune, proprio mentre il sindaco socialista appena eletto si affacciava per parlare alla folla. Dalle finestre del palazzo risposero con un lancio di bombe, che fecero numerose vittime fra i presenti. Da quel momento la reazione fascista divenne incontenibile, espressione di una decisa volontà controrivoluzionaria e di un sordo sentimento di rivincita nei riguardi delle organizzazioni contadine e operaie e dei partiti che le sostenevano. Il governo, dal canto suo, era incapace di bloccare le violenze dei fascisti, anzi in più di un’occasione si mostrò del tutto indifferente, finendo col favorire un clima di diffusa illegalità.

La nascita del Partito comunista
Sottoposto a frequenti attacchi da parte dello squadrismo fascista e sempre più diviso al suo interno, il Partito socialista ormai mostrava profondi segni di debolezza. Il divario fra riformisti e massimalisti da una parte e la corrente comunista dall’altra divenne talmente netto che, nel corso del congresso socialista di Livorno, la minoranza di estrema sinistra dette vita, il 21 gennaio 1921, al Partito comunista italiano. Sotto la guida di Antonio Gramsci e di Amadeo Bordiga il nuovo partito aderì alla Terza Internazionale, fondata nel 1919 in seguito alla vittoria dei bolscevichi in Russia.

Il blocco nazionale e il successo elettorale dei fascisti
Nel frattempo Giolitti, per risanare il bilancio statale, aveva avviato alcune importanti riforme tese ad aumentare la pressione fiscale sui ceti abbienti: il che accentuò il malumore delle destre, rendendo sempre meno stabile la posizione del presidente del Consiglio. Fu così che Giolitti decise di ricorrere allo scioglimento anticipato delle Camere e di indire nuove elezioni nel maggio 1921.
Al fine di indebolire socialisti e popolari e ottenere conseguentemente una consistente maggioranza, i giolittiani non esitarono a costituire un’alleanza elettorale con nazionalisti e fascisti: il cosiddetto blocco nazionale. I risultati usciti dalle urne misero in luce tutta l’illusorietà del piano giolittiano, in quanto non premiarono i liberali, ma consacrarono invece l’ascesa del fascismo, che passò dai poco più di 4.000 voti del 1919 ai 310.000 del 1921 ed entrò in Parlamento con ben 35 deputati: tra essi lo stesso Mussolini. Per di più nel corso del Terzo congresso nazionale fascista, tenutosi a Roma nel novembre 1921, veniva fondato il Partito nazionale fascista (Pnf).

Le basi del fascismo
Le ragioni del successo del nuovo partito vanno ricercate nel comportamento dei ceti medi, ma soprattutto della piccola borghesia che, non protetta dalla organizzazioni sindacali come lo era il proletariato e del tutto indifesa nei confronti dello strapotere economico della grande borghesia, tendeva a rivendicare un proprio spazio vitale.
Nel genere turbamento dello Stato i fascisti finirono però per trovare il sostegno anche della grande borghesia agraria e industriale, per la quale le occupazioni delle fabbriche e delle terre erano apparse un vero e proprio attentato alla proprietà privata, un nuovo passo verso la conquista del potere da parte delle classi popolari. Inoltre i ceti possidenti, sempre più decisi a superare gli inefficaci metodi giolittiani, erano in parte convinti di poter strumentalizzare il movimento in senso antisocialista e quindi di poterlo facilmente liquidare. Analoga convinzione ebbero anche molti liberali, che ritenevano che l’estremismo fascista si sarebbe con il tempo placato e sarebbe rientrato nell’ordine costituzionale, una volta messa a tacere la violenza proletaria.

La difficoltà di creare un nuovo governo
Il primo risultato delle elezioni del 1921 fu la caduta del ministero Giolitti. L’incarico di formare un nuovo governo venne affidato prima al socialista Ivanoe Bonomi (1873-1951) e poi al giolittiano Luigi Facta (1861-1930), dotato di scarsa autorità. Nel frattempo Mussolini, entrato in Parlamento e ottenuta una patenti di rispettabilità, intensificò le spedizioni della squadre d’azione. In breve tempo la mancanza di ogni intervento della forza pubblica contro lo squadrismo finì per persuadere gli stessi fascisti, nonché una parte dell’opinione pubblica, che essi erano i veri e soli difensori della stabilità politica e dell’ordine. Mussolini dichiarava ormai di voler arrivare con la forza al governo del Paese, nella consapevolezza di poter contare sulla protezione della vecchia classe dirigente.

Nuova scissione socialista
Il fascismo fu inoltre favorito dal permanere di profonde divisioni all’interno del Partito socialista. Quando nel 1922, di fronte al moltiplicarsi delle azioni illegali e violente dei fascisti, i socialisti decisero di offrire la propria disponibilità per una collaborazione governativa, era ormai troppo tardi. L’unica conseguenza di questa decisione fu una nuova scissione del Partito socialista italiano, maturata nel corso del congresso socialista di Roma (1-3 ottobre 1922), durante il quale la maggioranza massimalista espulse i riformisti dal partito: questi ultimi costituirono il Partito socialista unitario (Psu). Ne derivò un ulteriore pericoloso indebolimento del Psi, alla cui direzione venne chiamato prima Giacinto Menotti Serrati, poi Pietro Nenni (1891-1980). A ricoprire il ruolo di segretario del Psu fu chiamato Giacomo Matteotti (1885-1924), personalità di grande statura politica e morale.

La marcia su Roma
Intanto nel Paese la situazione si deteriorava progressivamente. Il 26 ottobre 1922 Mussolini ordinò ai suoi seguaci di marciare su Roma e di impadronirsi del potere, convinto che l’impresa sarebbe stata facile per il sostanziale permissivismo delle autorità statali. Posto di fronte a questa prova di forza così apertamente al di fuori della legge, il presidente del Consiglio Facta si preparò a resistere alle squadre fasciste che, male armate e numericamente poco consistenti, si erano avviate verso la capitale sotto la guida di un quadrumvirato formato dai più diretti collaboratori di Mussolini, Italo Balbo (1896-1940), Michele Bianchi (1883-1930), Emilio De Bono (1866-1944) e Cesare Maria De Vecchi (1884-1959). Quando però Facta presentò al sovrano il decreto che proclamava lo stadio di assedio, Vittorio Emanuele III non solo si rifiutò di firmare (28 ottobre), ma invitò Mussolini, che era a Milano, a raggiungere la capitale per formare un nuovo governo (30 ottobre). La monarchia aveva così scavalcato il Parlamento, compiendo un vero e proprio colpo di Stato: i fascisti costituivano ancora in ambito parlamentare una ristretta minoranza, che non avrebbe avuto il diritto di assumere la direzione della vita politica del Paese.

Il governo di coalizione di Mussolini
La notizia della creazione di un nuovo ministero con a capo Mussolini fu accolta con un sospiro di sollievo dalla maggioranza del Parlamento ad eccezione naturalmente dei comunisti e della quasi totalità dei socialisti e dagli ambienti di corte, che ritenevano in tal modo scongiurato il rischio di una guerra civile e nella convinzione che il fascismo sarebbe rientrato nella legalità.
Sfruttando tale stato d’animo, Mussolini si affrettò a formare un nuovo ministero di coalizione, composto cioè esclusivamente da fascisti ma anche da tre liberali, due popolari, due socialdemocratici, nonché da alcuni altri esponenti delle forza armate.
Mussolini inizialmente lasciò relativamente liberi la stampa e i partiti, dichiarando nel primo discorso alla Camera che le libertà garantite dallo Statuto Albertino non sarebbero state toccate e che anche i suoi seguaci sarebbero ritornati al rispetto della legge.

Violenze e limitazioni del potere parlamentare consolidano il potere fascista
In realtà Mussolini continuava ad appoggiare in forma più o meno scoperta le azioni illegali degli squadristi, al fine di mettere a tacere gli avversari più temibili: le spedizioni punitive e le violenze ai danni di qualsiasi organizzazione democratica di stampo sia cattolico sia socialista proseguivano indisturbate, con la protezione degli organi governativi e in mezzo all’indifferenza o al consenso di parte della popolazione. Ciò non poteva suscitare la perplessità anche nei partiti che sostenevano il governo e una sempre più netta opposizione da parte degli antifascisti, che cercavano di esprimere il proprio dissenso in Parlamento o attraverso la stampa.
Nello stesso tempo, Mussolini cercava ogni mezzo di togliere prestigio e autorità al Parlamento: nel dicembre 1922 fondò il Gran consiglio del fascismo, supremo organo collegiale destinato a prendere decisioni politiche e quindi a limitare notevolmente le funzioni parlamentari. Nel gennaio 1923 arrivò a sostituire un vero e proprio esercito posto direttamente ai suoi ordini, trasformando le squadre d’azioni in Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn).

La modifica della legge elettorale e le elezioni politiche del 1924
In ogni caso, il fascismo disponeva ancora di un numero esiguo di deputati e pertanto si imponeva la necessità di ottenere la maggioranza alla Camera. Ecco perché Mussolini decise di indire nuove elezioni per il mese di aprile del 1924, dopo avere fatto votare nel novembre 1923 una legge elettorale di tipo maggioritario (la cosiddetta legge Acerbo), destinato ad assicurare la maggioranza parlamentare, due terzi dei seggi, al partito che avesse raccolto più voti. L’iniziativa era fondata sulla certezza di Mussolini di poter ottenere molti consensi, una certezza motivata da tre ragioni:
- il clima di violenza
- l’appoggio di alcuni autorevoli uomini politici
- il fatto che una gran parte della popolazione, da troppo poco tempo ammessa a votare e quindi priva di esperienza democratica, poteva essere facilmente convinta dalla propaganda fascista.
Inoltre, al fine di assicurare in ogni modo il successo alla lista nazionale da lui capeggiata, Mussolini volle che le operazioni elettorali si svolgessero sotto il segno dell’intimidazione e consentì che i suoi incaricati violassero il segreto delle urne e commettessero brogli nello spoglio delle schede. In tal modo la lista governativa (il cosiddetto Listone) arrivò a conquistare il 65% dei voti.

Il delitto Matteotti e la secessione dell’Aventino
L’opposizione naturalmente protestò con forza, chiedendo l’annullamento delle elezioni in quanto fondate sull’illegalità e sulla violenza. Per tutta risposta il 10 giugno 1924 il deputato e segretario del Psu Giacomo Matteotti, che aveva denunciato alla Camera le irregolarità e i soprusi commessi, venne rapito in pieno giorno e barbaramente assassinato da alcuni sicari fascisti, convinti di interpretare la volontà di Mussolini.
Un’ondata di indignazione si abbatté allora sul Paese e per un momento sembrò che il fascismo stesse per concludete la propria esistenza: ma il re, che avrebbe potuto garantire il rispetto delle leggi e dello Statuto, non si mosse.
L’opposizione composta da socialisti, comunisti, repubblicani, liberali legati a Giovanni Amendola e popolari guidati da Alcide de Gasperi abbandonò la Camera, decisa a non partecipare più ai lavori parlamentari finché il re non avesse ristabilito le libertà democratiche, licenziando Mussolini e costituendo un nuovo governo. Ebbe origine così, il 27 giugno 1924, una vera e propria secessione, detta dell’Aventino, in ricordo di quella attuata a Roma antica della plebe contro le prepotenze dei patrizi. Tale protesta, tuttavia, non ebbe le conseguenze sperate per tre fondamentali motivi:
- i partiti democratici non riuscirono a mettersi d’accordo e a organizzare la lotta
- il fascismo godeva dell’appoggio incondizionato della monarchia e dei più alti esponenti dell’esercito e della borghesia
- l’assenza dei deputati dell’opposizione dei lavori parlamentari dette occasioni a Mussolini di affrettare la distruzione delle istituzioni democratiche.

Il colpo di Stato e la soppressione delle libertà costituzionali
Dopo avere superato la crisi senza essere costretto dal re alle dimissioni, Mussolini rimise nuovamente in moto le squadre d’azione e, sfidando apertamente l’opposizione, non solo riuscì a varare severe restrizioni della libertà di stampa e di riunione dei gruppi avversari, ma addirittura con il discorso alla Camera del 3 gennaio 1925 rivendicò a sé la responsabilità di quanto era accaduto, preannunciando, con la soppressione delle libertà costituzionali e con l’instaurazione della dittautra, la definitiva trasformazione dle fascismo da partito di governo a partito di regime.
Il 3 gennaio 1925 iniziò ufficialmente il processo di smantellamento dello Stato liberale e il fascismo instaurò un regime forte, accentrato e conservatore, mettendo fine alla politica disorganica e vaga degli anni precedenti.

Una fase di espansione internazionale
La trasformazione, tuttavia, aveva preso le mosse già da tempo: una volta giunto al governo, Mussolini si era avvicinato in maniera più decisa alla classe capitalistico-borghese, sia industriale sia agraria. Tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923 era cominciata una favorevole fase di espansione, economica in numerosi Paesi europei, trainati dall’economia statunitense che viveva il boom degli anni Venti. Il nuovo governo fascista, e soprattutto il ministro delle Finanze Alberto De Stefani (1879-1969), ebbe il merito di comprendere la situazione e di assecondarla, applicando nell’economia i principi del liberismo di vecchio stampo e procedendo di conseguenza all’abolizione di alcune tasse, al riordinamento delle imposte segli scambi, all’istituzione di un imposta generale sull’entrata, nonché alla stipulazione di numerosi trattati commerciali con Francia, Germania, Austria, Unione Sovietica e Svizzera.

Una politica economica in favore dei capitalisti
I provvedimenti economici adottati determinarono i risultati positivi, quali la riduzione del disavanzo dello Stato e un notevole sviluppo dell’industria e dell’agricoltura; essi tuttavia sancirono lo strapotere delle grandi concentrazioni capitalistiche a tutto svantaggio della classe popolare, ormai privata della forza contrattuale dei sindacati dei lavoratori e colpita da una politica di bassi salari, ridotti di fatto sia nel loro valore nominale sia nella loro reale capacità di acquisto. Tale indirizzo, favorevole per l’appunto alla grande borghesia, aveva inoltre indotto il governo a rinunciare alle assegnazioni delle terre incolte occupate dai contadini e a rinviare le indagini sui sovrapprofitti di guerra, che erano state avviate negli anni precedenti. Infine furono alleggeriti i carichi fiscali sia sui capitali esteri investiti in Italia, sia su quelli appartenenti alle banche.

Le iniziative moderate per rassicurare la borghesia
Anche sul piano più propriamente politico Mussolini cercò di dare al fascismo un volto rassicurante per la grande borghesia: ecco perché imbrigliò l’ala più risoluta e violenta dei propri seguaci, affidando cariche e mansioni particolari ai capi dello squadrismo (come ad esempio Roberto Farinacci) o inserendoli nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, divenuta parte integrante delle forze armate ai suoi ordini. Nello stesso tempo, pur essendo stato in passato un anticlericale, Mussolini perseguì una politica di riavvicinamento alla Chiesa cattolica. Il nuovo papa Pio XI, elevato al soglio pontificio nel 1922, rappresentava l’ala più conservatrice della gerarchia ecclesiastica, ostile sia ai socialisti sia ai popolari, mentre guardava con un certo favore il fascismo. Tale atteggiamento determinò la rottura con il partito di Sturzo, che aveva ormai preso una posizione chiaramente antifascista, e dopo poco tempo l’espulsione dei popolari che ricoprivano delle cariche di governo.


Il fascismo al potere - Seconda fase

Riassunto:
Il fascismo assunse i caratteri di un regime forte e accentrato, grazie a un progressivo svuotamento delle istituzioni democratiche. Una tappa fondamentale di questo processo fu rappresentata dalla leggi fascistissime (novembre 1926), con le quali Mussolini sciolse i partiti e i movimenti d’opposizione e ripristinò la pena di morte; per reprimere le attività antifasciste istituì un Tribunale speciale e l’Ovra; intensificò il controllo di polizia e la censura, valorizzando al contempo organismi di inquadramento di massa (Opera nazionale Balilla, Gruppo universitari fascisti).
Mussolini trasformò così lo Stato in sento totalitario, instaurando una dittatura personale, basata su un partito unico. Le lezioni divennero una pura formalità, in quanto si votava per una lista unica nazionale, scelta dal Gran consiglio del fascismo. In tal modo il Partito fascista riuscì a ottenere un risultato plebiscitario (cioè la stragrande maggioranza dei consensi) alle elezioni del marzo 1929. Il Parlamento venne comunque svuotato di ogni potere effettivo, mentre l’apparato statale era costituito soltanto da elementi iscritti al Partito fascista.
Per aumentare il consenso e consolidare ulteriormente il regime, Mussolini (che iniziò a farsi chiamare Duce) fece ampio ricorso a una martellante propaganda, attuata attraverso un completo controllo della stampa, della radio, delle organizzazioni di partito, allo scopo di ottenere un’obbedienza cieca e totalizzante al nuovo regime. In questa volontà di indottrinamento del popolo anche la scuola, riformata in senso fascista, divenne mezzo di propaganda. Per arginare i dissensi interni e affermare il proprio potere assoluto, Mussolini compì anche epurazioni all’interno del Partito fascista, nel quale convivevano tre diversi orientamenti (conservatore, rivoluzionario moderato, rivoluzionario intransigente). Inasprì inoltre la repressione delle attività antifasciste, che avevano ricominciato a farsi sentire anche con azioni mirate (attentato a Mussolini, 31 ottobre 1926). Nel frattempo erano aumentati gli oppositori al regime, che annoveravano tra le loro fila anche molti intellettuali (Croce, Gramsci, Salvemini, De Sanctis).
Il regime soppresse le libere associazioni sindacali (codice Rocco, 1926), sostituite dalle corporazioni, organi statali fascisti che raggruppavano lavoratori e datori di lavoro delle diverse categorie produttive (febbraio 1934); pubblicò inoltre la Carta del lavoro, per ribadire la collaborazione forzata tra la classi in norme dei superiori interessi della produzione. In campo economico il fascismo propugnava l’autarchia, cioè l’autosufficienza della produzione nazionale, da realizzare anche attraverso misure di sviluppo e opere di risanamento (battaglia del grano, della palude, demografica). Si concluse così la fase di politica liberista fino ad allora seguita e si passò al protezionismo (intervento dello Stato nell’economia, introduzione di dazi e di divieti di importazione). La rivalutazione della lira, che Mussolini difese con ogni mezzo quota novanta per rinvigorire il mercato, comportò invece il ristagno economico (rallentamento della produzione, aumento dei costi, calo delle esportazioni, disoccupazione e fallimenti di imprese) e l’impoverimento dei ceti più deboli. Per fronteggiare la crisi  il regime puntò a divenire uno Stato imprenditore, favorì le partecipazioni pubbliche (Imi,Iri ecc.), promuovendo anche la formazione di grandi gruppi di imprese, invise al capitalismo borghese, che mal tollerava l’eccessivo peso conquistato dalle gerarchie fasciste. Per impiegare i disoccupati e recuperare consensi Mussolini intraprese lavori di pubblica utilità e di bonifica.
Il fascismo, in quanto dittatura antidemocratica, si era sempre mostrato ostile verso quei cattolici che svolgevano politica nel Partito popolare o nelle leghe bianche. Tuttavia Mussolini, una volta raggiunto il potere, si rese ben presto conto che per consolidare il regime aveva bisogno di un accordo con la Chiesa. Si giunse così, dopo lunghe trattative, ai Patti, lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio 1929, con cui veniva riconosciuta la sovranità esclusiva del papa su un territorio, lo Stato della Città del Vaticano. L’accordo, tuttavia, non eliminò del tutto i contrasti tra il regime e la Chiesa. Nel 1931 infatti Mussolini emanò un provvedimento di immediata chiusura di tutti i circoli della gioventù cattolica, tra i quali emergeva l’Azione cattolica, poi revocato: il che non eliminò una reciproca diffidenza tra laicato cattolico e organizzazioni fasciste.
In una prima fase (1922-1926), sotto l’influenza del diplomatico Salvatore Contarini, la politica internazionale seguita dal regime, alla ricerca di stabilità interna e di consenso esterno, si limitò ad assicurare la pace e a migliorare l’immagine dell’Italia in Europa. Al contempo, però, le mire espansionistiche di cui Mussolini si faceva interprete lo spinsero a richiedere le revisioni dei trattati di pace considerati ingiusti (revisionismo) e a cercare buoni rapporti soprattutto con l’Inghilterra. In una seconda fase (1926-1932), invece, il regime si sentì più forte e ritenne di potersi affermare anche oltre confine, inasprendo i rapporti internazionali soprattutto con la Francia e staccandosi dalla Germania, di cui temeva  il riarmo. In una terza fase Mussolini si occupò personalmente della politica estera, affermando con ogni mezzo l’ideologia fascista, affinché l’Italia assumesse un ruolo chiaro in un Europa segnata dalla sempre più netta contrapposizione tra conservatori e rivoluzionari (ascesa del nazionalsocialismo di Hitler e radicalizzazione degli schieramenti politici europei). La via della diplomazia fu abbandonata quando Mussolini nel 1935 decise di dare inizio a una politica di espansione in Africa ai danni dell’Etiopia, allora retta dal negus Hailé Selassié. Una simile impresa era decisamente anacronistica, dal momento che l’epoca del colonialismo si avviava ormai a tramonto. D’altra parte, la rottura dell’equilibrio di forze fra le potenze europee determinò l’applicazione nei riguardi dell’Italia di sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni, offrendo spunti di propaganda al fascismo, che ebbe modo così di esaltare la prova di fermezza e di resistenza offerta dal regime.
La guerra d’Etiopia, conclusa vittoriosamente dall’Italia nel 1936, costò al Paese l’uscita dalla Società delle Nazioni e l’isolamento in ambito europeo. In tale situazione Mussolini si risolse a cercare un’alleanza con la Germania di Hitler, che si concretizzò nel ottobre 1936 con un accordo definito dallo stesso Mussolini Asse Roma Berlino.
Nell’ambito di questa nuova alleanza, nel 1938 furono emanate in Italia le leggi razziali, provvedimenti contro gli Ebrei che contemplavano tra l’altro il divieto di matrimonio con italiani, il divieto di possedere aziende o beni immobili sopra certi valori, il divieto di prestare servizio nell’amministrazione statale, parastatale, delle banche e delle assicurazioni, il divieto di prestare servizio militare, l’esclusione dalle scuole pubbliche.

Analisi

Il consolidamento del regime fascista
A partire dalla seconda metà degli anni Venti, con le leggi fascistissime che distruggono ogni forma di opposizione, il governo di Mussolini getta in Italia le basi per un sistema di gestione dello Stato fortemente autoritario, che il duce stesso definisce totalitario e che ispira molti altri movimenti politici in tutta Europa. Ogni aspetto della vita sociale, fino alle attività ricreative e ai servizi per l’infanzia, viene inquadrato in organizzazioni che fanno capo al Partito fascista; ogni fonte di informazione è rigidamente controllata dal governo, in un complesso sistema di propaganda destinato a diffondere e a glorificare le idee e l’operato di Mussolini. Nella società italiana, anche per la sostanziale assenza di opposizione, cresce il consenso nei confronti del regime fascista, esaltato, dalle uniche fonti a cui gli Italiani hanno accesso, come l’unico governo veramente adeguato ad affrontare i problemi del Paese.

Limiti del potere dittatoriale
A differenza di quanto accade in Germania, il controllo fascista sulla società non sarà mai assoluto. Il re e la Chiesa cattolica godono infatti di un prestigio e di un’autorità autonomi, e Mussolini è spesso costretto a scendere a patti con la corte e con le organizzazioni gravitanti attorno alle gerarchie ecclesiastiche. Anche per questo, l’eliminazione fisica degli oppositori non raggiunge mai i livelli hitleriani e staliniani; molti antifascisti dal carcere, dal confino o dall’esilio continuano un’attività clandestina, e alcuni pensatori ostili al regime, come Croce, sono così famosi a livelli internazionale da risultare di fatto intoccabili.

La velleità espansionistiche
E’ la politica estera il terreno che segna la sorte del fascismo. I tentativi mussoliniani di rivedere gli equilibri di Versailles a vantaggio dell’Italia non sono accolti con favore da Francia e Inghilterra, che si oppongono duramente all’aggressione dell’Etiopia. L’Italia si avvicina così alla Germania, sebbene il duce non abbia simpatia per Hitler; quando quest’ultimo inizierà l’avventura della seconda guerra mondiale, Mussolini lo seguirà trascinando il nostro Paese in un conflitto che nessuno voleva e a cui non si era in alcun modo preparati.

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