Giosue Carducci: Dinanzi alle Terme di Caracalla



Parafrasi, commento e analisi della poesia di Carducci Dinanzi alle Terme di Caracalla

Scritta durante il soggiorno a Roma nella primavera del 1877, la lirica s'ispira ai resti imponenti delle più celebri e lussuose Terme della Roma antica, risalenti al principio del III secolo d.C e che ancora oggi colpiscono per la complessità e l'audacia delle loro strutture architettoniche. Ma il pregio dell'ode non consiste nell'esaltazione retorica della Città Eterna (che è il difetto dell'ode alcaica Nell'annuale della fondazione di Roma, scritta sempre nel 1877), bensì in una riflessione, di sapore molto attuale, sulla lontananza degli uomini d'oggi dalla grandezza degli antichi.

Schema Metrico: ode di 10 strofe saffiche, ogni strofa è composta da 3 endecasillabi (quinario più senario separati dalla cesura) e da un quinario. Non vi sono rime.

Parafrasi:
[Versi 1-4] Nubi cariche di pioggia corrono tra i colli Celio e Aventino; il vento soffia umido dalla pianura malsana, per la malaria; all'orizzonte si ergono i monti albani carichi di neve.

[Versi 5-8] Con il velo verde del cappello sollevato sui capelli grigi una turista inglese cerca nella guida turistica notizie sulle mura romane, che sembrano sfidare il tempo e minaciare il cielo

[Versi 9-12] Senza pausa, a stormi fitti, i neri corvi gracchianti si avventano come un'onda fluttuando come i due muri che si levano imponenti a sostenere una sfida più alta.

[Versi 13-16] O vecchie mura, pare dire lo stormo di uccelli, per quale scopo continuate a sfidare il cielo? Dalla basilica di San Giovanni in Laterano giunge per l'aria un lugubre scampanio.

[Versi 17-20] Un pastore della Ciociara, avvolto nel suo mantello, fischiando un motivo monotono e triste, passa oltre senza guardare. O dea Febbre, a questo proposito io invoco il tuo intervento, o divinità propizia.

[Versi 21-24] Se tu febbre hai mai avuto cari gli occhi spalancati e le braccia protese delle madri, che ti scongiuravano di stare lontana, o dea, dal corpo reclinato dei loro figli sfiniti per la malattia.

[Versi 25-32] Se ti fu caro l'antico altare costruito sul punto più alto del Palatino ancora il Tevere bagnava il colle su cui sorgeva il tempio di Evandro, e a sera il cittadino romano che tornava in barca tra il Campidoglio e l'Aventino guardava sul Palatino la città a pianta quadrata illuminata e benvoluta dal sole, e intonava una lenta canzone in versi saturni.

[Versi 33-36] O Febbre, ascoltami. Respingi da qui gli uomini di oggi e le loro misere cose, l'ammirazione verso queste rovine è cosa sacra, qui dorme l'antica Roma.

[Versi 37-40] (Roma), con il capo appoggiato al venerando colle Palatino, dopo avere aperte le braccia tra il Celio e L'Aventino, stende le forti spalle dalla porta Capena alla via Appia.

Analisi del testo e breve commento
Le prime cinque strofe sono dedicate ciascuna a una diversa immagine. La I strofa inquadra un paesaggio livido, nel quale si muovono due personaggi diversissimi, la turista (II strofa) e il pastore (V strofa): la prima curiosa del passato, il secondo totalmente indifferente. Entrambi si muovono in uno sfondo desolato, tra solitudine e minaccia di pioggia (le nubi, la neve), sul quale irrompono i suoni sinistri dei corvi (III strofa). essi interrogano irati i resti monumentali, mentre un suono cupo, la campana del Laterano, viene ad accrescere l'inquietudine (IV strofa).
Le 5 strofe della seconda parte sono dominate dall'invocazione del poeta: Febbre, io qui t'invoco, nume presente. La dea è invitata (penultima strofa) a tenere lontani gli uomini novelli dalle vestigia della Roma antica. In mezzo si apre però una pausa, una disgressione ambientata nel passato: il poeta offre una visione incantata della Roma che fu, nei primi momenti della sua storia. Siamo in un tramonto dolce e luminoso; l'antico quirite torna sereno dal lavoro guardando la sua città; esattamente l'opposto del gesto del pastore ciociaro. Si può concludere che Roma non è morta (ultima strofa): dorme appoggiata tra i colli.
Il tema dell'ode è la nostalgia di un mondo di grandezza perduta. Purtroppo gli uomini di oggi non sanno più rivivere l'orgoglioso senso della potenza di Roma antica: hanno infatti perduto il sentimento sacro del passato. Da una parte, dunque, c'è un passato che fu glorioso; dall'altra, la meschinità degli uomini del tempo presente. Gli ideali della Roma primitiva sopravvivono a stento nella grettezza materiale degli uomini novelli: sospinti dalla speculazione edilizia, essi non esitano a violare la santità dei luoghi su cui ancora aleggia l'antico spirito della dea Roma. Da qui l'invocazione alla Febbre,, perchè tenga lontano da tali luoghi individui tanto mediocri.
Lo stile è ricco di significative scelte formali. Per esempio nella prima strofa i verbi di movimento (corron, move) contrastano con lo stanno dei monti, a sugellare lo sfondo solenne di una scena triste e insieme mossa. Nella terza strofa il participio quasi onomatopeico crocidanti fa risuonare il testo di un sinistro rumore. Nei versi 26-32 della lunga pausa posta tra parentesi, spicca il linguaggio latineggiante dei termini tebro, reduce quirite, saturnio carme, che accentua il confronto tra il passato glorioso e il presente


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