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Luzi: Osteria

di Mario Luzi
Spiegazione e commento:


Uno dei testi più caratteristici di Luzi, l’autunno, il vento, umili realtà quotidiane all’interno di un osteria… Con elementi minimi il poeta fiorentino, sa costruire un quadro inquietante, pieno di riflessioni e di simboli. La poesia fu scritta nel 1953.

Schema metrico: endecasillabi sciolti (ma il verso 13 è un novenario tronco).

L’ambientazione è posta d’autunno, in un paesaggio di montagna; il vento che affila le montagne annuncia bufera. Il poeta si trova all’interno dell’osteria, oscuro antro pieno di fumo, tra i fuochi della brace e un suono di stoviglie smosse. Qui egli misura lo scorrere pigro del tempo. Intorno a lui, i gesti meccanici dell’umile quotidianità. Scorgiamo radi avventori, parole bisbigliate di fretta, la fuga lampeggiante della lepre sui pendii. Tutto appare fugace, forse inutile; anche il nome è un riparo molto precario contro l’emmifero. Chi verrà a squarciare le nubi, a dar colore a un’esistenza ingrigita e spenta? La domanda resta inespressa e anche la risposta manca. Lo dice il poeta, aspetto chiunque verrà qui; egli resta proteso a un incontro, a una rivelazione che possa essere definitiva. Ma non saranno il bracconiere o il venditore ambulante a potergli restituire speranza e fiducia. E anche se guarda più lontano, il poeta non vede, per ora, che la solitudine della macchia boscosa, dove solo la pecora fa ombra.
Possiamo così riassumere il significato del testo: vivere è transitare in un presente che sembra senza prospettive e condannato a scomparire; si rimane come in perenne attesa. Le dimensioni della vita sono ristrette, vanno accettate così come appaiono, bisogna tollerarle, anche se ben altro chiede il cuore. In mancanza di altri segni certi, l’unica cosa da fare è ancorarsi al presente, alle minime certezze della quotidianità: esse perlomeno, si oppongono al vuoto del passato e alle incertezze dell’avvenire.
Lo stile, discorsivo e quasi parlato, appare ormai lontano dalle oscurità dell’Ermetismo. Tuttavia Luzi rimane un poeta sempre elegante, ricco di immagini anche preziose. Il suo discorso procede lentamente, con una nota di solennità, bene adeguata ai temi mediativi delle sue liriche.


Parafrasi
l'autunno fa apparire le montagne come più affilate, il vento porta l'odore di unto dalle vecchie pietre del forno, mentre il fumo delle fascine di legna che stanno bruciando si spande tra le case e i tuguri (le baracche...i pollai...?).
Io sono qui, dietro queste finestre di osteria, io col mio nome che a malapena si distingue dagli altri: guardo, Intanto la mattina scorre, sembra invadere questo ambiente a poco a poco. L'oste lavora al menù, numera i tavoli, scrive il giorno della settimana sul marmo della cucina, la donna si dà da fare ai fornelli, e intanto sbircia per vedere se entra qualcuno dalla porta.
Seguo la luce del sole che si sposta, il vento; apsetto chiunque verrà: sia che vada di fretta, sia che si sieda sulle panche. il bracconiere, chi altri può aggirarsi per queste terre povere, dove ogni tanto si vede una lepre veloce come un lampo, o un venditore ambulante, in cerca di qualche raro cliente che si spinge si qui per visitare le fiere e i mercati del circondario. Non credo verrà qualcun altro. Chi viene porta le notizie dalla pianura, chiede notizie di queste parti, si ristora un po' e poi riparte in mezzo alla bufera, sino a sparire, inghiottito dal vento e dalle intemperie.
Quel che invece rimane è un suono di stoviglie: guardo verso il bosco e più lontano ancora, dove non ci sono più piante e le ombre le fanno solo le pecore; sono in bilico tra passato e futuro, sia perché è giusto così, sia perché il mio cuore è in grado di sopportare tutto questo



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