Figure retoriche: Il passero solitario


Figure retoriche:


Metafora
Primavera d'intorno BRILLA nell'aria...

Metonimia:
Tutta vestita a festa la GIOVENTU' del loco lascia le case, e per le vie si spande

(Chiasmo = vv. 6 e 8; Latinismi =vv. 19 e 21).

- Sul web ho trovato solo queste 3.



Tematica
Il Leopardi pose questo canto in testa agli idilli ai quali si lega per i concetti e le immagini espresse (mentre l'impianto generale e l'uso linguistico è diverso), quasi una prefazione a quel componimenti' "in cui il Leopardi anziché ragionare intorno al dominio del male ed esporre le proprie convinzioni filosofiche, ritrae un aspetto della natura o un momento del suo animo: componimenti generati come per miracolo dal pessimismo e dal tedio dello spirito, derivati dalla contemplazione nuova e stupita dei cieli, delle stelle, delle strade, delle campagne" (A Gianni).
In questo idillio il tema della solitudine ragiunge un momento di altissima espressione poetica e la dolorosità della sua condizione esistenziale è divenuta ormai estremamente familiare. Nella solitudine l'uomo, come il Leopardi, "si gitta naturalmente a considerare e speculare sopra gli uomini nei loro rapporti scambievoli e sopra se stesso nei rapporti cogli altri. Questo è il soggetto che lo interessa sopra ogni altro e dal quale non sa staccare le sue riflessioni. Così egli viene naturalmente ad avere un campo molto ristretto, e viste in sostanza molto limitate, perché alla fine che cosa è tutto il genere umano (considerato solo nel suoi rapporti con se stesso) appetto alla natura, e nella università delle cose? (Zibaldone, 4138)".
Anche in questo idillio la condizione di solitudine e i sentimenti sono espressi attraverso un paragone, come nel Canto notturno, che nella prima parte presenta una corrispondenza fra la vita del poeta e quella del passero e nella seconda, superando l'idea di similitudine, presenta una sorta di opposizione, mostrando quanto le due condizioni siano spiritualmente differenti.
La memoria delle impressioni giovanili, dalla torre campanaria della Chiesa di SantAgostino alla piazzetta, fanno da sfondo ai pensieri dell'età matura, ai sentimenti di profonda infelicità che leggiamo negli ultimi versi, dopo la leggerezza dei primi che esprimono un dolore che mai si trasforma in negativa angoscia esistenziale.
Come il passero vive solitario, e pensoso contempla il volteggiare gioioso dei compagni nel libero cielo e canta in disparte sull'arte della torre, così il poeta, mentre tutto il paese è in festa, esce solitario alla campagna mentre la primavera brilla nell'aria ed ogni cosa sembra far festa e rimanda ad altro tempo ogni gioco ed ogni diletto. Ma mentre il passero giunto alla fine della sua esistenza non proverà dolore per la sua vita trascorsa inutilmente e per quella sua solitudine, perché ogni gioia è donata dalla natura e non è una conquista dello spirito, il poeta rimpiangerà di non aver vissuto in modo più felice il suo tempo migliore, cioè la giovinezza e si volgerà senza conforto al passato.
Il canto caratterizza la vita del passero che trova ciò che gli serve nella sua natura, come tutti gli altri passeri, né potrebbe fare altrimenti: non ha bisogni. E quindi non ha bisogno di compagni o di spassi o di volare insieme ad altri passeri: canta perché quello è il suo istinto, ed il suo canto è privo di dolore o di felicità. Solo noi uomini possiamo vedere nel canto del passero dolore o felicità, perché il dolore o la felicità è dentro di noi. Il passero sta solo e canta e gode anche se non sa di godere; l'uomo al contrario sta solo e soffre, e canta, come il poeta, e talvolta il suo canto gli serve almeno per addolcire qualche momento della sua vita, come scrive nello Zibaldone: "[4302] Uno de' maggiori frutti che io mi propongo e spero da' miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventù; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de' miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d'altri: (Pisa. 15. Apr. 1828.) oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch'io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui. (Pisa. 15. Feb. ult. Venerdì di Carnevale. 1828.)."


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