Capitolo 32 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Analisi e commento del trentaduesimo capitolo de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


LUOGHI: Italia settentrionale, Milano

TEMPO: dal 4 Maggio all’estate 1630

Il capitolo presenta una struttura lineare che si può suddividere in tre tappe corrispondenti ai tre diversi modi di reagire alla diffusione incontrollabile del contagio, con tre diverse conseguenze:

1. Richieste di aiuto all’autorità civile, che nega il proprio aiuto, e all’autorità religiosa, che tergiversa, ma poi concede la processione propiziatoria. Come conseguenza si ha l’aumento del contagio;

2. Reazioni degli individui: i buoni, soprattutto gli ecclesiastici,
assistono gli ammalati; i cattivi, in particolare i monatti, commettono ogni sorta di atrocità contro gli ammalati. Come conseguenza si ha il caos generale;

3. Follia collettiva della gente comune, dei dotti e dei magistrati. Come conseguenza si celebrano processi assurdi contro gli innocenti.
Con questo capitolo si chiude la digressione storica sulla peste, che rappresenta l’ultima tappa di un crescendo tragico: dalla carestia con i suoi disordini sociali a Milano, alla guerra fino alla peste e lo scardinamento di ogni regola morale. È il momento più alto della riflessione morale di Manzoni, come evidenzia la presenza di giudizi espressi con chiare intrusioni d’autore: abbandonando l’atteggiamento ironico, Manzoni preferisce ora la denuncia esplicita, con toni che si fanno più forti nelle chiuse di vari capoversi.


LA FOLLE TEORIA DEGLI UNTORI 

Il brano analizza il modo in cui si è diffusa l’idea, assolutamente irrazionale, dell’esistenza degli untori, cioè persone che, con l’intento preciso di diffondere la peste, in combutta con il demonio, avrebbero sparso unguenti magici, imbrattando luoghi e oggetti. Rispetto al primo episodio di unzioni, descritto nel capitolo XXXI e accaduto il 18 Maggio 1630, questa volta, sottolinea il narratore, forse era solo parso di vedere. Accettata l’idea delle unzioni, si inventano anche gli ingredienti del veleno, desumendoli dalla tradizioni magica e aggiungendone alcuni adeguati al caso presente, come la bava e le secrezioni organiche degli appestati. A questi si aggiungono poi gli incantesimi, contro i quali non c’è obiezione che tenga. Il narratore usa aggettivi giudicanti pieni di sdegno per queste fantasie popolari,che ritiene primitive, incivili, stravolte dall’esplosione dell’irrazionale, ma anche immorali perché scelgono quanto di più sporco, anche in senso morale, e crudele che ci sia.

Con l’idea degli untori tutti i fatti accaduti trovano una spiegazione, assurda scientificamente, eppure plausibile se si accetta l’idea dell’intervento magico. Tutte le accuse sono in climax ascendente, come in ascesa è la follia che accusa chi ancora ragiona. A sua volta il termine untore diventa, in climax, comune, solenne, tremendo e la follia collettiva inverte i normali rapporti di causa ed effetto: prima nasce l’idea degli untori, poi li si vuole scoprire per forza, così nasce il sospetto, che diventa facilmente certezza. Il climax corrisponde al progresso della follia.


LA PROCESSIONE

Il passo presenta un linguaggio aulico, come sempre quando si parla del cardinale, ma anche uno stile che fa fatica a districarsi tra subordinate e incisi. Evidentemente Manzoni sta affrontando una tematica difficile: si trova, infatti, diviso tra il desiderio di mantenere alta l’immagine del cardinale e la volontà di denunciare gli errori di chiunque, anche dello stello cardinale. Trova così una via di mezzo, cioè esalta Borromeo, attribuisce la responsabilità d’aver approvato la processione e con essa il pericolo di diffondere il contagio alle scarse conoscenze scientifiche dell’epoca, si astiene dal giudicare se la volontà del cardinale fosse debole e scusa la coscienza del prelato, tanto più che è esente da qualunque interesse personale. Nel paragrafo successivo, poi, sottolineerà che il tribunale, pur consapevole del pericolo, non prese i necessari provvedimenti, dunque più grave la sua responsabilità. In realtà Borromeo credeva nell’intervento del diavolo nella diffusione del contagio, che la processione avrebbe potuto eliminare, ma temeva che la vista del cadavere del santo ormai in decomposizione avrebbe tolto fiducia alla gente. Manzoni, da buon illuminista, di solito rifiuta di attribuire la responsabilità del singolo ai pregiudizi del tempo in cui vive, come si può constatare nella Storia della colonna infame, in cui dà tutta la responsabilità ai giudici che condannarono come untori degli innocenti. La sua resistenza a condannare gli errori del cardinale è quindi anomala e nasce da motivi religiosi e morali, ma anche politici, visto che ritiene il ruolo della Chiesa necessario per supplire le carenze e i limiti dello Stato.

Con la descrizione della processione il tono diventa narrativo, la lingua più dotta e il ritmo cadenzato, dalla lunga e dettagliata enumerazione, interrotta da pause. Lo stile risente del gusto macabro del Seicento, ma anche del romanzo gotico, che influenzò la formazione giovanile di Manzoni, reso più spettrale dalla mescolanza tra il lusso barocco, ostentato dai nobili, clero e perfino popolani, e immagini mortuarie e di penitenza. Il gusto del contrasto viene sottolineato anche dalla mescolanza delle diverse categorie sociali. Il centro della processione è dominato da sensazioni visive e uditive: la luce di più fitti lumi, il suono più alto di canti, la magnificenza del ricco baldacchino e dei quattro canonici, con abiti sfarzosi. L’apice del macabro si raggiunge con il cadavere vestito di splendidi abiti pontificali: dietro e accanto la salma sfila l’arcivescovo Federigo, così simile a san Carlo che i fedeli rivolgevano suppliche allo stesso Federigo, quasi vedessero in lui l’immagine del morto. Seguivano il resto del clero, i magistrati, i nobili e infine, come sempre accade nei cortei, gente alla rinfusa. La descrizione deriva il suo carattere misto di sfarzo e spettralità dalla fonte stessa, il De peste di Ripamonti, il cui tono macabro è quasi stato smorzato qui, mentre era stato addirittura accentuato nel Fermo e Lucia. Il punto di vista è quello di uno spettatore sullo stesso piano spaziale della folla, se può osservare l’interno della casa di cristallo, mentre subito dopo la grandiosità della scena verrà accentuata da inquadrature più ampie, fino alle vie della città e ai tetti delle case.


Temi principali e collegamenti

Il capitolo è la seconda parte del "dittico" (XXXI-XXXII) dedicato alla peste di Milano, l'ampia digressione storica in cui non compare nessuno dei personaggi principali del romanzo: anche qui, come nel capitolo precedente, Manzoni mette in rilievo l'incuria e l'indifferenza del potere pubblico nel fronteggiare l'epidemia, specie del governatore Ambrogio Spinola che appare ben più interessato all'assedio di Casale che non alla città attanagliata dal morbo e che infatti risponde in modo vago alle richieste di provvedimenti fiscali straordinari. La mancanza di denaro renderà l'opera dei magistrati milanesi a dir poco ardua e l'assistenza ai malati verrà spesso assicurata dagli ecclesiastici (cfr. l'approfondimento al cap. XXXI).
Nella prima parte del capitolo trova ampio spazio il racconto della solenne processione dell'11 giugno 1630, in cui la popolazione milanese nutre grandi speranze circa l'allontanamento dell'epidemia: si tratta evidentemente di una manifestazione di superstizione e credulità popolare, cui inizialmente il cardinale si oppone salvo poi cedere alle pressioni della città. Manzoni nell'occasione sembra attribuire al prelato uno spirito critico "moderno" e alquanto lontano dai suoi tempi, forse per non intaccare l'immagine positiva del Borromeo.
Buona parte della narrazione è dedicata alle dicerie sugli untori, già accennate nel cap. XXXI e che ora, col crescere del contagio, si diffondono creando una vera e propria psicosi (sul punto si veda oltre). Manzoni sottolinea come tali assurde credenze non solo trovino terreno fertile nella fantasia malata del popolo, ma siano sostenute con argomenti pseudo-scientifici anche da studiosi e medici, tra cui il Tadino (peraltro elogiato nel cap. precedente insieme al Settala). L'autore riporta anche l'opinione del Borromeo, non apertamente persuaso dell'esistenza degli untori ma neppure del tutto avverso ad essa.
Compaiono per la prima volta nel romanzo i famigerati monatti, gli incaricati dal Tribunale di Sanità che portano i morti e i malati al lazzaretto. Vengono descritti in generale gli abusi compiuti da questi personaggi che vedremo direttamente all'opera soprattutto nei capp. XXXIII-XXXIV, sia alle prese con don Rodrigo ammalato di peste sia con Renzo che attraversa la città sconvolta dal contagio, per poi introdursi nel lazzaretto in cerca di Lucia.
Come già nel cap. XXXI, parole di elogio vengono spese per tutti quegli ecclesiastici che con il loro impegno e il loro coraggio suppliscono alle carenze del potere pubblico nell'assistenza ai malati, specie i padri cappuccini a cui è affidato il governo del lazzaretto sempre più colmo di malati. Spiccano soprattutto le figure di padre Michele Pozzobonelli, l'aiutante di padre Felice Casati che dirige il lazzaretto, e dello stesso cardinal Borromeo, che rinuncia a lasciare Milano e si espone senza troppo ritegno al contagio, uscendo miracolosamente indenne dall'epidemia.
Come concausa delle dicerie sugli untori vengono indicate anche le credenze in campo magico e stregonesco, all'epoca tanto diffuse in Italia e in Europa: Manzoni cita vari autori di trattati in materia occulta e soprattutto quel Martino Delrio già indicato tra gli scrittori della biblioteca di don Ferrante nel cap. XXVII, qui esecrato come responsabile con i suoi scritti di "legali, orribili, non interrotte carneficine". Manzoni allude all'autorità del gesuita Delrio nei processi per stregoneria tanto frequenti nel sec. XVII, in cui pure ebbe parte il Borromeo (particolare omesso dallo scrittore).
Il capitolo si chiude con il preannuncio della Storia della colonna infame, il trattato storico pubblicato in appendice al romanzo e riguardante il processo ai presunti untori Piazza e Mora, celebrato a Milano nel 1630. Manzoni cita indirettamente anche le Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, operetta in cui quel fatto era già affrontato ma col fine di argomentare contro l'uso della tortura (sul punto si veda oltre).



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