Vento a Tindari di Salvatore Quasimodo


La poesia “Vento a Tindari” è stata pubblicata da Quasimodo nella raccolta “Acque e terre”, in seguito ripresa in “Erato ed Apollion”, e poi definitivamente inserita nella volta “Ed è subito sera”. La poesia è basata su un equilibrio compositivo che l'ha resa celebre, in quanto unisce la parte descrittiva e realistica ad un aspetto tipicamente ermetico simbolista.. Lo spunto per scrivere la poesia nasce da una gita domenicale fatta da Quasimodo, che a quel tempo era impiegato presso il genio civile, nell'antica città di Tindari, un promontorio affacciato sul mare nel Comune di Patti in provincia di Messina; mentre egli saliva sul colle, tra la vegetazione, tra gli alberi, allontanandosi dagli amici che lo accompagnavano, ebbe l'ispirazione per scrivere questo famoso testo. Il poeta, rimasto solo, medita e si dedica a rimpiangere la nativa terra siciliana e forse anche un amore di gioventù; l'armonia dell'adolescenza è, tuttavia, definitivamente perduta ed ha lasciato il posto alla tristezza, al vuoto interiore, alla durezza della vita quotidiana che egli è costretto a passare.

Schema metrico:

Da un punto di vista metrico il testo è composto da versi liberi, pertanto non si può rinvenire una particolare struttura metrica.

Parafrasi:

Tindari, della quale io conosco la dolcezza tra le colline affacciate e come sospese sul mare delle isole Lipari, che, secondo la mitologia, sono state la residenza del Dio dei venti, oggi tu mi assali e ti pieghi dentro di me.

Io salgo sul colle dove tu sorgi e guardo i precipizi, pensieroso e colpito dal vento che soffia in mezzo agli alberi di pino; e il gruppo di amici che mi accompagnano, leggeri si allontanano nell'aria e perdono quasi la loro fisicità, sussistendo soltanto come un'atmosfera vaga; e tu, da cui mi allontanai a malincuore, mi assali con le paure delle ombre del silenzio, come un rifugio di dolcezza.

È sconosciuta la terra dove io, ogni giorno, sono costretto a soffrire e dove esprimo delle parole di tormento: un'altra luce colpisce i vetri delle finestre delle tue camere come un vestito notturno e sul tuo grembo, come fosse quello di una madre, non si trova la gioia.

Il mio esilio è difficile e la ricerca che io riponevo in te adesso si trasforma in un tormento precoce ed in un desiderio di morte; ogni mio amore è come uno schermo che mi divide dalla tristezza con un silenzioso passo nell'oscurità dove tu mi hai costretto a guadagnarmi da vivere a prezzo di molte sofferenze.

Tindari ritorna in un modo sereno, un caro amico mi sveglia dalla mia fantasia e mi intima di fare attenzione perché mi sto sporgendo troppo da una rupe. Allora io fingo una certa paura verso chi non è capace di comprendere quale profondo tormento mi ha provocato il ricordo di te.

Figure retoriche:

Nel verso 1 troviamo una allitterazione in t ed anche un’assonanza in i <<Tindari, mite ti so>>
Nel verso 2 << colli pensile sull'acque>> si nota una allitterazione dei suoni l,s,d
Nei versi di 4-5 <<oggi m’assali / e ti chini in cuore>> abbiamo una personificazione della località di Tindari e una metafora con la parola <<cuore>>
Nel verso 6 <<salgo vertici aerei precipizi>> abbiamo un procedimento analogico perché il termine astratto vertici viene accostato a un termine concreto precipizi
Nel verso 7 <<assorto al vento dei pini>> l'uso della preposizione di costituisce un'altra analogia in quanto l'aria di fruscio tra i pini sembra essere, in realtà, un vento appartenente ai pini stessi
Nei versi 8 e 10 <<e la brigata / … onda di suoni e amore>> troviamo un altro procedimento analogico: la brigata di amici viene accostata all'espressione <<onda di suoni e amore>> ad esprimere che le persone perdono la loro concretezza fisica ed esistono solo nel pensiero e nella mente del poeta  Nel verso 11 <<e tu …>> c’è di nuovo la personificazione di Tindari
Nei versi 11-13 <<e tu / e paure>> abbiamo la anafora in e
Nel verso 14 <<rifugi di dolcezze>> è un altro procedimento analogico che mette in relazione il termine diffuso con il termine dolcezza, in quanto il poeta nella solitudine trova una sua dolcezza
Nel verso 15 <<morte d’anima>> è una metafora
Nel verso 18 <<segrete sillabe>> contiene una allitterazione in s ed è anche una metafora che rappresenta la poesia che proprio dalla lontananza e dalla separazione acquista il desiderio di consolazione
Nel verso 20 <<veste notturna>> è una metafora
Nel verso 22 <<sul tuo grembo>> è una allusione all'aspetto materno della terra
Nei versi 23-24-25 <<Aspro e l'esilio / e la ricerca che chiudevo in te / d’armonia oggi si muta>> abbiamo un iperbato, cioè una inversione della costruzione ed anche una allitterazione in m <<armonia muta … morire>>
Nel verso 27 <<e ogni amore è schermo>> abbiamo una metafora ed inoltre un altro procedimento analogico in quanto lo schermo è decisamente un richiamo a ciò che protegge nei confronti di quella che è la tristezza dalla quale il poeta vorrebbe fuggire
Nel verso 28 <<tacito passo>> è una sinestesia
Nel verso 30 <<amaro pane a rompere>> contiene una allitterazione in r: amaro rompere ed inoltre il termine amaro pane è una metafora
Nei versi 31-32-33 <<Tindari serena torna / soave amico mi desta / che mi sporga nel cielo da una rupe>> troviamo nuovamente un iperbato dato che c'è un'inversione della costruzione.

Analisi del testo:

La poesia si divide in cinque strofe ciascuna delle quali rappresenta una particolare situazione.
Nella prima strofa il poeta si trova a Tindari ed evidenzia la bellezza del paesaggio, nel quale compaiono termini decisamente mitologici che acquistano comunque un significato concreto nella visione di Quasimodo. Emerge sicuramente il tema del viaggio, del ritorno in patria e della nostalgia evocata dai ricordi.
La seconda strofa invece è dominata dal tema del vento, che peraltro è anticipato dal titolo; il vento è contrapposto alla dolcezza del paesaggio e provoca nell'animo del poeta uno sconvolgimento interiore, al punto che Quasimodo si allontana dai suoi compagni con i quali si trovava e preferisce stare da solo quasi per contemplare meglio i luoghi della sua natura e per trovare internamente particolari emozioni stati d'animo.
Nella terza strofa compare un altro dei temi cari a Quasimodo, quello dell'esilio. In effetti Tindari, località siciliana, ma di una Sicilia mitizzata molto simile alla Grecia, viene contrapposta alla città nella quale il poeta vive ed è costretto a guadagnarsi l'esistenza; è una città che non è nominata, forse proprio per non desacralizzare la contrapposizione alla mitica Tindari, ma sicuramente stiamo parlando di Milano, la città nella quale Quasimodo si trasferì per motivi di lavoro.
Nella quarta strofa c'è un ritorno a Tindari, che costituisce da un lato un'esperienza a bella, come il poeta attendeva; ma, d'altro lato, e anche un'esperienza estremamente triste perché il poeta parla di un'ansia precoce di morire, rivelando in questo il carattere precario dell'esistenza, l'inganno nascosto dietro l'amore che fa riemergere le difficoltà della vita di ogni giorno.
L'ultima strofa ha come protagonista il paesaggio che va a riallacciarsi alla descrizione delle prime due strofe; l'aspetto situazionale è quello di un amico che risveglia il poeta dai suoi sogni, dalle sue meditazioni e lo invita a non sporgersi troppo da un'altura. Il poeta, però, fingendo quasi di temere le vertigini, assicura l’amico, mentre dentro di sé sembra prevalere l'intenso desiderio di morte.
Dal punto di vista stilistico, come abbiamo già detto, predomina decisamente l'uso delle analogie che sono volutamente difficili; ricordiamo, ancora una volta, <<salgo vertici aerei precipizi>>; <<onda di suoni e amore>>; <<rifugi di dolcezze un tempo assidue>>.
Il tono della poesia è declamatorio, quasi sacrale, appunto perché il poeta vuole quasi divinizzare la località di Tindari per renderla un qualcosa di mitico. È in effetti lai grandezza di questo testo consiste proprio nell'unire, come si è detto all'inizio, aspetti realistici con aspetti legati invece alla poetica difficile e simbolica dell'Ermetismo



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