Forse un mattino andando in un'aria di vetro di Eugenio Montale


Questa poesia, scritta nel luglio 1923, appartiene agli “Ossi di seppia”. Anche qui il tema fondamentale è il male di vivere, che ricorre come aspetto centrale nel primo libro di Montale. In questo caso però troviamo la tematica del miracolo, cioè della rivelazione del nulla dietro alla fenomenologia del reale. Il poeta viene ispirato proprio da questa epifania negativa, anche se a tutto ciò non succede un lamento e un’elegiaca tristezza, ma un attestato di accettazione, virile e solitaria, della propria condizione esistenziale di essere sofferente nell'universo.

Schema metrico:

Abbiamo due quartine diversi di varia misura, tra l'altro superiori all’endecasillabo, con lo schema di rime alternata ABAB; da notare nei versi 2 e 4 <<miracolo ubriaco>> sono rime ipermetriche.

Parafrasi:

Forse una mattina camminando in un'aria simile al vetro e arida, girandomi indietro, vedrò compiersi il miracolo: alle mie spalle non vedrò nulla, vedrò solo il vuoto dietro di me, con la paura di un ubriaco. E poi mi verranno davanti, improvvisamente, come su uno schermo, gli alberi, le case, le colline per l'inganno e l'illusione di ogni giorno;  però sarà troppo tardi; e io me ne andrò silenzioso tra gli uomini che non si voltano con il mio terribile segreto.

Analisi retorica:

Nel verso 1 <<aria di vetro>> è una metafora.
Nel verso 2 <<arida rivolgendomi … vedrò … miracolo>> è una allitterazione in r.
Nel verso 3 << nulla  … vuoto>> costituiscono termini metaforici.
Nel verso 4 <<terrore di ubriaco>> è una metafora per analogia.
Nel verso 5 <<come su uno schermo>> è una similitudine.
Nel verso 6 <<alberi case colli>> è una enumerazione per asindeto, mentre <<inganno consueto>> è una metafora.
Nel verso finale 8 <<mio segreto>> è l'allusione metaforica alla propria condizione.

Commento:

Questa poesia, come abbiamo già detto, costituisce una epifania negativa. Il poeta è di fronte ad una rivelazione, ma si tratta di una rivelazione terribile, di una rivelazione in negativo. Infatti Montale ipotizza che un giorno vedrà, forse, compiersi il miracolo, ma sarà un miracolo negativo, cioè avrà la scoperta del nulla dietro di sé, del vuoto esistenziale, della paura che trova l'uomo di fronte alla nullità del mondo, alla consapevolezza che l'universo è privo di un reale significato e non ha una direzione finalizzata al raggiungimento di uno scopo trascendente e neanche immanente. Tutto questo viene espresso attraverso i soliti correlativi oggettivi <<aria di vetro>> <<vuoto>> <<terrore di ubriaco>>. Da notare, nella seconda quartina, gli inganni del mondo consueto; è chiara l'allusione al pensiero di Schopenauer espresso nel trattato “Il mondo come volontà e rappresentazione”; Schopenauer considerava il fenomeno rappresentato, cioè la realtà, una  pura apparenza che definiva il mondo come una rappresentazione del soggetto, sottratta alle categorie dello spazio e nel tempo e allo stesso principio di causa ed effetto. Montale qui descrive, quasi in diretta, la conseguenza concreta e reale di questo presupposto filosofico. In questo senso il miracolo del verso 2 è solo la percezione materiale che unisce l'aria, le qualità minerali, trasparenti ed inerti del vetro e fa sì che la rappresentazione sveli se stessa, il suo rovescio: dietro non c'è nulla. È da notare anche lo schermo, che compare nel verso 5; Montale assimila questo termine allo schermo cinematografico, nel quale è in grado di vedere all'improvviso gli oggetti del quotidiano che però vengono percepiti e colti solamente come una pura rappresentazione di una realtà priva di senso, priva di una reale importanza. L'interpretazione del testo non è semplice; diversi critici, come Sanguineti, hanno provato a leggere il testo quasi come l'esperienza di Montale dell'estrema negatività dell'esistenza, dell'intuizione del vuoto, dell'idea fissa, della follia; d'altra parte vi possono essere raffronti anche con il motivo dominante del saggio dell'Umorismo in Pirandello e quindi della decostruzione del reale oppure, come ci suggerisce Italo Calvino, anche della constatazione tecnica di un abbassamento di tono attraverso l'uso delle rime delle figure retoriche. Si tratta, comunque, di un testo multiforme e legato all'immagine della sofferenza e dell'impedimento che costringono l'uomo del 900 a vivere una condizione di perenne negatività.



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