Parafrasi: La Vergine Cuccia, Parini

di Giuseppe Parini
parafrasi, analisi e commento:

Ecco il nostro eroe nel pieno delle sue funzioni di cavalier servente. E' in casa della sua dama. Il pranzo è pronto. Egli offre la mano alla bella signora e s'avvia verso la mensa sospinto non dalla fame (solo la plebe puo' sentire stimoli così animaleschi), ma dalla <<sola Voluttade>>, dal piacere. Ella si asside e il giovin Signore, dopo averle ben accomodata l'ampia veste, si siede al suo fianco, pronto a servirla e a prevenire ogni suo desiderio. Con loro sono altri <<semidei>>, due dei quali presentano caratteri particolarmente contrastanti: uno, corpulento, divoratore formidabile, concentra tutta la sua attenzione a soddisfare il finissimo palato; l'altro ossuto. schizzinoso, guarda con disdegno la carne perchè ha pietà delle povere bestie che gli uomini crudelmente uccidono per soddisfare il proprio appetito. Il poeta coglie lo spunto da questa pietà che il vegetariano dimostra verso le bestie per introdurre l'episodio della <<vergine cuccia>>, la cagnolina che un servo villano osò oltraggiare con <<sacrilego piè>>. La dama, ricordando quel triste episodio, sente ridestarsi la tenerezza per la povera bestiola e divampare di nuovo lo sdegno contro l'empio servo che l'aveva percossa.


Parafrasi

Muoia colui che per primo osò alzare la mano armata contro l'agnella innocente e il bue tranquillo: non gli impietosirono il cuore crudele ne i teneri belati, ne i pietosi muggiti, ne le morbide lingue che leccavano tutta intorno la mano che, ahimè, stringeva in pugno il loro destino. (vv. 503-509)

Così parla quella persona, o Signore; e intanto per il suo discorso compassionevole sgorga dagli occhi della tua dama una piccola delicata lacrima, simile alle gocce tremolanti e brillanti che a primavera trasudano dalle viti del dio Bacco, scosse al loro interno dal tiepido soffio dei primi venti primaverili che fecondano la natura. Ora la dama si ricorda di quel giorno; ahi, giorno terribile! Quel giorno la sua cagnetta, che era tanto aggraziata da sembrare una alunna delle Grazie, giocherellando come fanno i cuccioli lasciò un piccolo segno con il dente d'avorio sul piede del servo plebeo; l'uomo, con sfrontatezza, le diede un calcio con il piede sacrilego, e la cagnetta rotolò per tre volte; per tre volte scosse il pelo scompigliato, e dalle sensibili narici soffiò via la polvere irritante. (vv. 510-526)

Poi, lanciando dei gemiti, sembrava che dicesse: aiuto, aiuto; e dalle volte dorate le rispose la ninfa Eco impietosita; dalle stanze inferiori salirono tutti i servi tristi, e dalle stanze superiori si precipitarono le damigelle pallide e tremanti. Tutti accorsero; il volto della tua dama fu spruzzato di essenze, e alla fine la donna rinvenne; la rabbia e il dolore la agitavano ancora; gettò sguardi fulminanti sul servo, e con voce debole chiamò per tre volte la sua cagnetta; questa le corse in braccio; e nel suo linguaggio sembrò chiedere vendetta alla dama: e venni vendicata, cagnetta alunna delle Grazie. (vv. 527-541)

Il servo infame tremò; ascoltò la sua condanna con gli occhi rivolti per terra. A lui non servì nulla il merito di aver servito per vent'anni; a lui non servì nulla la premura dimostrata nell'eseguire incarichi riservati; invano pregò e promise; l'uomo se ne andò nudo, spogliato della veste grazie alla quale un tempo era rispettato e ammirato dal popolo. Invano sperò di trovare un nuovo padrone; perchè le dame pietose inorridirono, e odiarono l'autore per la sua terribile azione malvagia. Il povero uomo rimase così, con i miseri figli e con la moglie povera al lato di una via chiedendo inutilmente la carità; e tu, cagnetta, idolo placato dalle vittime umane, andasti superba. (vv. 542-556) "

Il cane, oggetto d'amore sostitutivo e simbolo di decadenza. La dama mostra per la cagnetta infatti sentimenti istintivi materni, come la protezione. Sentimenti che sono repressi e negati per gli essere umani (il servo). La cagnetta ha una dignità nobiliare mentre l'uomo della plebe viene trattato come un oggetto.


Analisi del testo

E' questo l'episodio più famoso del Giorno: qui la poesia del Parini tocca le vette più alte e la sua satira acquista un tono di accesa, commossa umanità. Il poeta, che sentì viva l'ingiustizia sociale e sempre agitò idee di uguaglianza, denuncia in questo episodio una sconcertante verità: il morboso attaccamento delle dame e dei cavalieri verso gli animali, e la loro aristocratica indifferenza per i patimenti della plebe. La sua voce perciò si alza contro questo falso umanitarismo che sovverte i valori della vita tramutando il sentimento in idolatria; la sua ironia si muta allora in sarcasmo e avvampa di sdegno contro quella società rimbecillita dall'ozio e dal vizio, superba e crudele. Si sente qui il poeta attento a cogliere gli aspetti più nuovi della cultura illuministica per farne strumento di una rinnovata dignità dell'uomo, al di fuori delle classificazioni sociali e dei privilegi. <<...La posizione sua è netta, non generica satira di costume ma polemica, storicizzata e concreta, che affonda le sue radici nella realtà politica e sociale del Settecento europeo e combatte non in nome di un'astratto moralismo cristiano, o ad esaltazione di un arcadico "buon villan", ma contro una classe precisa, quale si era definita storicamente, e per una società nuova che già si disegnava in concreto. Per questo [...] collocò nello sfondo, dietro il lusso aggraziato di quel mondo nobiliare, immagini crude di violenza e di pena: [...] il servo costretto all'elemosina per aver reagito a un morso della cagnetta, la "vergine cuccia de le Grazie alunna"; i mendicanti affollati intorno al palazzo patrizio a respirare l'odore dei cibi; la sofferenza di una società "dannata" al lavoro per permettere l'ozio di colui che "da tutti servito, a nullo serve". Perciò, pure arrivando a queste punte alte di sdegno morale e di senso umano offeso, il Parini fu non un rivoluzionario ma un riformista, che aspettava l'eliminazione dei mali sociali da un'opera illuminata di governo, e che sognava una società di agricoltori e di artigiani, dignitosamente operosi, frai i quali vi fosse posto per un aristocrazia dell'intelletto e dello spirito, dell'elegante e del bello.


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