Sogno di prigione: parafrasi, analisi e commento - Dino Campana


Testo, parafrasi, analisi e commento della poesia "Sogno di prigione" scritta nel 1910 da Dino Campana. Fa parte della raccolta Canti Orfici.


Testo

Nel viola della notte odo canzoni bronzee.
La cella è bianca, il giaciglio è bianco.
La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune,
delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca. Silenzio: il viola della notte: in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno.
Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida. Ora il mio paese tra le montagne.
Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, sù, giù. Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco:
le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte.
Un treno: si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gonfiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? io ch’alzo le braccia nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come un demonio).



Parafrasi

Nella notte dal colore violaceo sento canzoni che suonano come il bronzo percosso. La cella e il letto sono bianchi. La cella è bianca ed è piena di voci che si spengono nelle angeliche culle, delle voci angeliche bronzee riempiono la cella bianca. Silenzio: il violaceo della notte: le sbarre bianche in stile arabesco e il blu del sonno. Penso ad Anika: stelle isolate sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianco: nelle strade Anika canta: una figura infernale la guida gridando. Ora il mio paese natio (Marradi) che si trova tra le montagne. Io guardo dal parapetto del cimitero davanti alla stazione il passare e il ripassare dei treni. Non è ancora giunta la notte; nel silenzio lampeggiano occhi infuocati: le macchine assorbono il nero silenzio nell'andirvieni notturno. Un treno (= paragonato a una bestia infernale) arriva ansimando (= rumore degli stantuffi) in silenzio, e si ferma: le fiamme della caldaia del treno mordono (= è come una bocca infuocata) la notte: dal parapetto del cimitero i fanali (del treno) si avvicinano nella notte: poi tutto, mi sembra, trasformarsi in rombo: Sono io quello in fuga che si vede dal finestrino del treno? Sono io quello che alza le braccia nel finestrino illuminato!!! (il treno mi porta via come un mostro infernale)



Analisi del testo

Temi: ricordo, sogno, allucinazione, la bellezza della natura e della libertà, la visione dell'io in fuga da se stesso.
Anno: 1914.


Nel testo (un frammento di prosa poetica sul tipo di quelli diffusi tra gli scrittori vociani) si possono individuare tre momenti:
  • la cella e il sopraggiungere del sonno;
  • la visione fantastica di Anika e della sua guida, un buffo dall'occhio infernale;
  • la visione-ricordo di Marradi e della stazione all'arrivo della notte.

Ogni cosa viene osservata e ritratta come nel dormiveglia notturno: le sensazioni normali della vita (suoni e colori) si trasformano in altre percezioni, solo sognate. Mancano rapporti logici o di consequenzialità fra le varie immagini. Alla fine giunge il particolare più inquietante: lo sdoppiamento dell'io; l'io poeta vede se stesso in sogno, rapito dal treno in corsa nella notte. Ciò che all'inizio era musica celestiale si muta adesso in inquietudine, in un urlo, quello della figura a braccia levate sulla carrozza del treno.
Grande rilievo hanno, nel testo, colori e suoni.
Tra i colori, emerge un contrasto tra il viola (due volte ripetuto) della notte al di fuori della cella e il colore bianco all'interno di essa (dentro, più volte ripetuto). Al centro del testo i bianchi della cella si trasformano in altri bianchi (la neve sui monti, le strade, le chiese). Infine al nero del cimitero e della notte si oppone il rosso fuoco dei treni e delle caldaie, che paiono occhi spalancati nel buio.
Tra i suoni, spicca il canto celestiale dell'inizio, capace di trasformare la realtà (anche i giacigli diventano angelici).
Subentra poi il silenzio del buio e della notte, interrotto dal canto di Anika. Poi la scena cambia e con la stazione ritorna il silenzio: anche il treno giunge senza fare rumore, come sgonfiandosi. Viene poi l'improvviso rombo di un treno in movimento che, rombando come un demonio nel buio, si porta via l'immagine (appena intravista) di sé.

La scrittura si affida alla punteggiatura, molto accurata, e alle ripetizioni, spesso insistenti:
  • La cella è bianca, il giaciglio è bianco. La cella è bianca... la cella è bianca;
  • nelle angeliche cune, delle voci angeliche.
Questa ripetizione di parole crea come un refrain o ritornello musicale.



Commento

È notte. Dino Campana è recluso in una cella dell’ospedale psichiatrico in cui era ricoverato, come un prigioniero. Può osservare il mondo solo da dietro le sbarre, ma la bellezza che intuisce al di là è sufficiente a trasformare la povera realtà della prigione in qualcosa di angelico. Poi giunge il momento dolcissimo del sonno: ora la mente conduce il poeta alla visione di Anika (una creatura misteriosa, priva di connotati reali) e poi al ricordo della stazione di Marradi, il suo paese. Si arriva così fino all'immagine del treno in corsa, rombante nella notte, sul quale l'io poeta crede di vedere se stesso. Tutto si consuma in un attimo, in un susseguirsi di colori e di voci alternate a silenzi, secondo il rapidissimo processo di associazioni mentali proprio, appunto, dei sogni.


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