Giacomo Leopardi: Alla Primavera o delle Favole Antiche


Composta nel gennaio 1822, e pubblicata nei Canti a partire dalla prima edizione (1831). Segue il modello petrarchesco, è composta di cinque strofe, ognuna di 19 versi. In essa, il poeta esprime la sua convinzione che, mentre si rinnova ogni anno la primavera nella natura, non è possibile per il genere umano ritrovare quell'epoca - l'antichità, primavera della storia - in cui esso godeva di un'immaginazione fervida e poteva così cogliere segni di vita e presenze misteriose e divine in ogni aspetto naturale. Lo sviluppo della civiltà ha portato la conoscenza del vero e la perdita di quella facoltà immaginativa. La poesia si chiude con una supplica alla natura perché ascolti l'infelicità degli uomini, se non pietosa almeno spettatrice; ma qualche verso prima un inciso (v. 91 "se tu pur vivi") rivela come ormai Leopardi non nutra più alcuna illusione.

Testo: Alla Primavera o delle Favole Antiche
Perché i celesti danni ristori il sole, e perché l'aure inferme.

Parafrasi: Alla Primavera o delle Favole Antiche
Nonostante il sole rimedi ai danni provocati dal cielo invernale, e nonostante il vento primaverile ridia la vita all'aria malsana.

Spiegazione: Alla Primavera o delle Favole Antiche
Secondo un antico mito Filomela, dopo aver subito violenza e avere assistito a grandi atrocità, fu trasformata in usignolo.

Analisi del testo: Alla Primavera o delle Favole Antiche
Alla Primavera, o delle favole antiche è dedicata alla rievocazione dei miti classici.

Figure retoriche: Alla Primavera o delle Favole Antiche


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