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Pirandello e il Surrelismo


Nell'ultimo suo decennio, Pirandello sembra avvicinarsi ai temi e al linguaggio del Surrealismo. Il romanzo Uno, nessuno e centomila (1925), i tre drammi (La nuova colonia, 1928; Lazzaro, 1929; I giganti della montagna, 1934) raccolti nella trilogia dei miti, infine le tarde novelle confluite nelle due raccolte Berecchie e la guerra (1934) e Una giornata (1937), sono attraversati da motivi irrazionalistici:
motivi che avvicinano Pirandello all'atmosfera fiabesca, onirica, irreale o appunto surreale, che caratterizzava la cultura e la letteratura europee di quegli anni.

Nelle opere citate spiccano, in particolare, alcuni temi:
  • la radicale estraneità o lontananza dei personaggi da tutto;
  • il loro immergersi nel grembo della natura universale;
  • la dissoluzione di ogni forma e anzitutto del corpo individuale.
Queste dimensioni si rivelano ai personaggi pirandelliani in particolari istanti di grazia, casuali ma decisivi: già nell'Umorismo (1908) si leggeva di certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima nostra di spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita. E' allora che la vita improvvisamente rompe gli schemi del vivere quotidiano e può sorprenderci con la libertà del suo flusso, rivelandoci stranieri a noi stessi e al mondo.

Il primo a rilevare una diretta vicinanza tra Pirandello e l'avanguardia surrealista di Breton fu il critico Arminio Janner (Luigi Pirandello, Firenze, La Nuova Italia 1948): Il pirandellismo non è che una varietà del surrealismo. La critica successiva ha però ridimensionato questa indicazione. Oggi appare chiaro che Pirandello non è mai realmente surrealista: egli resta legato a un'idea di arte razionalmente controllata e quindi estranea all'ècriture automatique, la scrittura automatica postulata da Breton nel Manifesto del 1924, atto di fondazione dell'avanguardia surrealista europea.
E' però vero che, come scrive Giuseppe Petronio, Pirandello nei suoi ultimi anni ha ritenuto insufficienti gli strumenti di analisi del reale (psicologico e sociale) adoperati fino allora, e ne ha cercati e saggiati altri: questo è il dato incontrovertibile che emerge dai suoi scritti, con la presenza, in essi del mitico, del fiabesco, del surreale.



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