Fontamara Capitolo 4 Riassunto


L'adunata dei cafoni ad Avezzano 
L'episodio illustra i rapporti tra i cafoni di Fontamara e il nuovo governo di Roma sotto un taglio di luce ironica: a tratti più sofferta, a tratti persino divertente.

Temi: l'insanabile contrasto tra il mondo semplice dei braccianti marsicani e la retorica ingannevole del regie fascista, i soprusi del potere.
Anno: 1933.

Analisi del testo
Due mondi si fronteggiano, nel corso del testo:
  • da una parte c'è il paese ufficiale, il Palazzo, con le sue liturgie e la retorica di regime (la bandiera, l'inno, i comandi impartiti in freddo stile burocratico);
  • dall'altra parte si pone il paese reale, quello dei cafoni della Marsica. 
Il testo li ritrae alle prese con i loro piccoli ed enormi problemi quotidiani (una terra da lavorare, il rapporto con i padroni, in una cornice di dura lotta per la sopravvivenza), e con la loro filosofia spicciola, amaramente scettica: la filosofia di Zompa, simbolo di chi da secoli subisce le soperchierie, i soprusi altrui (se è gratis, c'è l'inganno).
Tale contrapposizione emerge via via lungo le due sequenze del testo.
  • La prima sequenza è quella del tragitto sul camion: qui l'emblematico protagonista è lo stendardo di San Rocco, preso in chiesa dai cafoni e inavvertitamente inalberato come bandiera (al passaggio i contadini si fermano e fanno grandi gesti trasecolati, mentre le donne si genuflettono).
  • La seconda sequenza è quella dell'adunata nella grande piazza di Avezzano: una grottesca mascherata, durante la quale i contadini credono di avere a portata di mano la sospirata terra del Fucino, poco prima intravista nel viaggio, e dove invece vengono manipolati come burattini dalle autorità.
Solo nel finale si svela pienamente il significato del testo. Il meccanismo alzarsi e sedersi degli inconsapevoli manifestanti, che ritmicamente applaudono e gridano slogan alle autorità (Viva gli amministratori onesti... che non rubano), viene concluso dalla battuta finale dei carabinieri (Adesso siete liberi. Potete andarvene). Dunque i cafoni, che credevano di essere venuti lì da uomini liberi, per rivendicare un loro diritto, erano stati, in realtà, tenuti in ostaggio dalla forza pubblica, utilizzati per arricchire un cerimoniale che sanciva il perdurare dell'ingiustizia.
Il linguaggio di Silone è essenziale, aderente al parlato, lontano da ambizioni letterarie. Il testo poggia sul dialogo e su un tipo di narrazione asciutta e schematica. La sintassi procede per frasi brevi: all'autore preme ricordare i fatti fondamentali; perciò anche l'aggettivazione e l'uso dell'avverbio gli sembrano un peso superfluo.
In tal modo il racconto diventa una sorta di rituale collettivo, la celebrazione di un pezzo di storia che va impresso nella memoria di tutto il paese. Si ricordi che, nella finzione del romanzo, sono tre fontamaresi a recarsi da Silone in Svizzera, e a narrare, in dialetto, tutta la storia, che l'autore traduce poi in italiano.


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