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Giovanni Pascoli: Canti di Castelvecchio

Storia e struttura della raccolta
Ai temi e al tono di Myricae Pascoli tornò nei Canti di Castelvecchio, la raccolta pubblicata da Zanichelli (Bologna) nel marzo-aprile del 1903 e che comprendeva liriche per lo più scritte tra il 1895-96 e il 1902. Molti testi erano già apparsi su varie riviste, per lo più sul Marzocco e sulla Riviera ligure.
Dopo la prima edizione, la raccolta venne ristampata, ampliata, nel 1905, nel 1907 (con cinque nuove poesie), nel 1910 e nel 1912.
Pascoli presentò la raccolta come la naturale prosecuzione rispetto al libro d’esordio. Se infatti nella prefazione a Myricae si leggeva: Rimangano rimangano questi canti su la tomba di mio padre!, ora, introducendo i Canti, Pascoli osserva: E su la tomba di mia madre rimangano questi altri canti!.
All’interno il libro è strutturato in due nuclei autobiografici asimmetrici. Il primo, intitolato Canti di Castelvecchio, comprende 60 poesie; il secondo, Il ritorno a San Mauro, raccoglie appena 9 testi, ispirati da un reale soggiorno del poeta presso la terra natale, in un ultimo e malinconico tentativo di trovare i colpevoli dell’assassino del padre Ruggero.

Le poesie della maturità
Dopo la pausa dei Poemetti, i Canti di Castelvecchio riprendono i motivi di Myricae, ma con una maggiore complessità. Ritornano, e si accentuano, alcuni dei temi più cari alla poetica pasco liana: il senso di mistero e il tema della fine incombente; l’angoscia dell’eros temuto e represso; l’atmosfera di dolore che ispira i componimenti legati alla tragedia familiare (La cavalla storna, Un ricordo, Ritorno a San Mauro).
Il confronto con Myricae rivela però la compiuto maturazione poetica dell’autore. Risaltano con nettezza gli accorgimenti più originali della versificazione pasco liana: la fioritura delle figure onomatopeiche, il culto dei diminuitivi, l’adozione di termini derivati dal dialetto e dalle parlate gergali (tanto che dalla seconda edizione fu necessario aggiungere un dizionarietto esplicativo). La scrittura, commossa e patetica, si sofferma su oggetti e nomi comuni, volutamente piccoli ma proprio per questo carichi di suggestione. Il linguaggio simbolico del poeta-fanciullo riveste parole e temi di solito esclusi dal repertorio letterario, in una perfetta tessitura artistica, efficacemente calibrata e calcolata.



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