Guerra civile russa e stalinismo



Scoppia la guerra civile (1918)
In seguito alla presa del potere da parte di Lenin, la situazione interna della Russia era sempre più delicata: ancora prima della pace di Brest-Litovsk, infatti, era scoppiata nel Paese una guerra civile, destinata a protrarsi fino al 1921. protagonisti del conflitto furono i rossi, sostenitori del nuovo regime, e i bianchi, così chiamati dal colore della divisa che riprendeva il colore di quella degli ufficiali zaristi, ostili alla rivoluzione d’ottobre. Questi ultimi avevano dato vita all’Armata bianca, un esercito controrivoluzionario a cui ben presto diedero il loro appoggio non solo i sostenitori della monarchia, ma anche i menscevichi e i socialisti rivoluzionari che avevano attuato la rivoluzione di febbraio. I bolscevichi, infatti, sin dalla fine del 1917 avevano estromesso dai soviet i menscevichi e avevano inoltre sciolto senza alcuno scrupolo legalitario l’Assemblea costituente, eletta a suffragio universale e in cui si erano trovati in netta minoranza. I bianchi trovarono anche l’appoggio dei cosacchi, che avevano dichiarato la loro fedeltà al governo provvisorio di Kerenskij, e di parte dei contadini. In breve anche le potenze dell’Intesa, nel timore che le idee socialiste rivoluzionarie si diffondessero nei loro territori impoveriti e sconvolti dal lungo conflitto, intervennero militarmente in appoggio alle armate bianche.

La terza Internazionale (marzo 1919)
In effetti Lenin, malgrado le enormi difficoltà interne, pensava fosse possibile trarre vantaggio dalla crisi che travagliava quasi tutti i Paesi europei, al fine di estendere ovunque la rivoluzione (bolscevismo internazionale). A suo avviso l’esperienza russa altro non era che la prima tappa della rivoluzione comunista mondiale, immancabile e vicina. Proprio a tale scopo Lenin aveva creato la Terza internazionale (Komintern), finalizzata a diffondere su scala mondiale la rivoluzione proletaria, contrariamente a quanto aveva sancito la Seconda Internazionale, che auspicava invece una generalizzata tregue civile quale premessa di concrete riforme sul piano economico e sociale.

Dalle prime fasi alla vittoria dell’Armata rossa.
Tuttavia, prima di esportare il comunismo negli altri Paesi, era necessario sconfiggere gli eserciti controrivoluzionari. L’Armata bianca e i suoi alleati, che si muovevano su numerosi fronti, stavano ottenendo importanti successi: ciò convinse i bolscevichi , che temevano un ritorno del regime zarista, a eliminare la famiglia imperiale, i cui membri furono trucidati il 17 luglio 1918 a Ekaterinburg, negli Urali, dove erano imprigionati. Esattamente cinque giorni dopo, il 23 luglio 1918, venne proclamata ufficialmente la Repubblica socialista federativa russa con capitale Mosca, mentre il Partito comunista russo venne imposto quale partito unico.
Nel frattempo, il governo dei soviet aveva organizzato un esercito per contrastare i bianchi, l’Armata rossa, guidata da Lev Trotskji. Gli scarsi risultati ottenuti inizialmente convinsero i bolscevichi a introdurre la leva obbligatoria: fu così che il numero di soldati passò da circa 450.000 del maggio 1918 a più di cinque milioni verso al fine della guerra, permettendo all’Armata rossa di sconfigger ei bianchi entro il 1921. La guerra civile causò in pochi anni milioni di morti e fu accompagnata da crudeli repressioni da ambo le parti, da fame e carestie: perciò la fine del conflitto non determinò una reale pacificazione del Paese.

Il comunismo di guerra (1918-1921)
Subito dopo la presa del potere e negli anni della guerra civile, Lenin emanò una lunga serie di provvedimenti che complessivamente prendono il nome di comunismo di guerra. Per respingere gli attacchi dei bianchi e far fronte alla carestia che dilaniava il Paese, egli stabilì un controllo diretto delle derrate alimentari e della produzione industriale da parte dello Stato. Attraverso il comunismo di guerra, Lenin spinse il partito e il Paese al di là delle sue iniziali previsioni: egli, infatti, pur non arrivando a una totale soppressione della proprietà privata, sottopose a controllo forzato tutta la produzione, specialmente quella agricola: le derrate alimentari eccedenti il semplice bisogno familiare vennero requisite in modo massiccio, ogni compravendita privata fu vietata e si introdusse il razionamento e un sistema di tessere il cibo.
Sul piano sociale le misure prese da Lenin rinnegavano (in teoria solo temporaneamente) i principi base della rivoluzione: fu soppressa infatti la libertà di opinione, furono introdotti il divieto di sciopero e il lavoro forzato nelle fabbriche. Quasi contemporaneamente venne creata la spietata polizia sovietica, la ceka, simbolo della repressione di quegli anni.

Conseguenze economiche e sociali
Il controllo sulla produzione garantì costanti rifornimenti all’Armata rossa per tutta la durata del conflitto, permettendo al giovane Stato sovietico di vincere la guerra e di superare una situazione estremamente delicata. D’altra parte questi provvedimenti, attuati troppo repentinamente e senza il consenso delle masse, fecero crollare la produzione agricola e industriale e causarono inoltre una forte resistenza da parte dei contadini e in particolare dei kulaki, ostili alle collettivizzazioni. Lenin rispose alle ribellioni che si scatenarono in tutto il Paese con l’arma del terrore poliziesco, che fu a lungo un vero e proprio metodo di governo. In tale clima repressivo fu soffocata la rivolta dei marinai di stanza nella base navale di Kronstadt, che pure erano stati tra i più attivi sostenitori della rivoluzione d’ottobre (21 marzo 1921): questo avvenimento contribuì a convincere Lenin ad abbandonare il comunismo di guerra e secondo alcuni storici pose fine al periodo rivoluzionario in Russia.

La Nep: la liberazione dell’economia
Prendendo atto dei problemi sociali causati dal comunismo di guerra, che fra l’altro non aveva affatto migliorato la situazione economica del Paese, a partire dal 1921 Lenin decise di attenuare il controllo statale, provvedendo a una parziale restaurazione del libero commercio, dell’attività industriale minore e della proprietà privata in genere. Il nuovo indirizzo fu chiamato Nep (Nuova politica economica) e fu considerato come una tappa di transizione fra capitalismo e socialismo. Uno dei provvedimenti più importanti fu la fine delle requisizioni forzate delle derrate alimentari, sostituite da un’imposta fissa in natura. In tale modo fu possibile far aggiungere ai mercati cittadini i prodotti dei campi in quantità più consistenti, rivitalizzando contemporaneamente la produzione agricola e i commerci locali con la prospettiva del libero guadagno. Dello spirito di apertura della Nep usufruirono particolarmente i kulaki, il cui tenore di vita accrebbe significativamente, ma la Nep finì per avere effetti positivi su tutta la vita economica del Paese, portando a un aumento della produzione, che ritornò ai livelli precedenti alla rivoluzione. I provvedimenti della Nep riguardarono anche la grande industria, il cui sviluppo, secondo molti dirigenti bolscevichi fra cui lo stesso Lenin, era indispensabile per rafforzare lo Stato sovietico e per l’affermazione del comunismo nella coscienza delle masse. Perciò le industrie, pur se controllate dallo Stato poterono godere di una moderata libertà d’azione, mentre le retribuzioni furono sottratte al soffocante dirigismo statale per commisurarle alle reali esigenze del mercato e alle concrete possibilità aziendali.

La repressione religiosa e l’educazione delle masse
Nessuna apertura si ebbe invece in campo religioso: già al tempo del comunismo di guerra i beni ecclesiastici erano stati confiscati dallo Stato. In seguito al clero fu proibito di operare in campo educativo e venne prevista la condanna addirittura ai lavori forzati per quanti non si fossero attenuti alle disposizioni in merito. Il regime d’altra parte s’impegnò nella lotta all’analfabetismo e per una più ampia diffusione della letteratura e delle arti, anche se la scuola si trovò condizionata da un insegnamento rigidamente marxista, caratterizzato dal più intransigente ateismo.

La nascita dell’Urss (1922)
Altra preoccupazione di Lenin fu quella di dare una definitiva riorganizzazione territoriale e politica al Paese. Nacque così nel corso del primo congresso dell’Unione dei soviet (30 dicembre 1922) una federazione di repubbliche (ciascuna governata da un soviet locale) sotto il nome di Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss), alla quale venne data la sua prima Costituzione il 31 gennaio 1924. Il nuovo Stato risultò retto da un Consiglio o Soviet supremo dell’Unione, detentore del potere legislativo, e da un Consiglio dei commissari del popolo, espressione del potere esecutivo. Il potere giudiziario venne a sua volta affidato a una Corte suprema dei soviet e ai tribunali da essa dipendenti. Alle repubbliche federate venne riconosciuta formalmente una certa autonomia, ma di fatto la direzione dello Stato era accentrata nelle mani del Comitato centrale del Partito comunista e in particolare del suo segretario politico, in forza del principio marxista della dittatura, realizzata appunto dal partito.

Morte di Lenin e crisi nella dirigenza del partito bolscevico
Nei primi anni successivi alla guerra civile, Lenin, convinto della necessità di far uscire il Paese dall’isolamento politico in cui era stato relegato dopo la rivoluzione, cercò di intessere buoni rapporti di politica internazionale. Tuttavia, nel 1924, mentre era in atto il dibattito sulle nuove strategie da seguire, il leader bolscevico morì. Si aprì allora un periodo di crisi nella dirigenza del partito, in cui si scontrarono due indirizzi contrapposti: da un lato gli idealisti del bolscevismo, diretti da Trotskij e sostenitori della rivoluzione permanente (che la Russia avrebbe dovuto suscitare in tutta Europa); dall’altro il gruppo di politici guidato da Bucharin e Rykov, convinti della necessità di moderare l’esportazione dell’ideale rivoluzionario per non compromettere i risultati raggiunti. Quest’ultimi, in aperto contrasto con Trtiskij, sostennero la teoria del socialismo in un Paese solo, economicamente e militarmente forte, capace di porsi come fulcro ideale, ma a lungo termine anche politico, del rinnovamento dei singoli Paesi.

La successione di Stalin alla guida dell’Unione Sovietica
Alla fine, a vincere lo scontro e a diventare successore di Lenin fu Josif Dzugasvili (1924-1953) detto Stalin (uomo d’acciaio), un suo collaboratore di origine georgiana che era stato tra l’altro direttore della Pravda (Verità) il quotidiano di partito fondato nel 1912 a Pietroburgo e che nel 1922 era stato nominato segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista. Egli, insieme a Zinov’ev e Kamenec, avancò l’ipotesi di esportare la rivoluzione non nei Paesi europei sviluppati, ma in quelli confinanti con l’Unione Sovietica, diffondendo gradualmente il comunismo su scala mondiale. Attraverso questa terza strada, Stanlin riuscì a mettere d’accordo la maggioranza del partito, isolando Trotskij e affermandosi alla guida del partito.

La collettivizzazione agraria e la liquidazione dei kulaki
Nonostante gli effetti positivi del nuovo indirizzo economico, Stalin riteneva che fosse necessario procedere a tappe forzate a una rapida e massiccia industrializzazione del Paese, obiettivo fondamentale dei bolscevichi. Sulla base di tale presupposto, egli interruppe bruscamente la Nep e impose nuovamente la collettivizzazione forzata della terra, che venne nazionalizzata per poter attingere capitali necessari alla trasformazione in senso industriale. Lo Stato assunse il controllo totale delle campagne attraverso la soppressione della media proprietà agraria, quella dei contadini agiati, i kulaki, che furono costretti a entrare in grandi aziende agricole dipendenti dallo Stato, o kolchozy e i sovchozy. Tutto ciò fu possibile mediante una violentissima campagna contro i kulaki stessi, che furono arrestati, deportati, uccisi, e in definitiva, eliminati come classe sociale. Complessivamente furono circa cinque milioni le vittime della collettivizzazione forzata, che fu una delle prime e più sanguinarie azioni dello stalinismo.

I piani quinquennali
La collettivizzazione doveva essere la base dei piani quinquennali, che avevano lo scopo di incrementare poderosamente la produzione industriale. Il primo piano, approvato nel 1929, divenne il perno dell’economia sovietica, cancellando ogni traccia di libertà economica introdotta dalla Nep. Esso affermò la priorità dei beni strumentali su quelli di consumo e di conseguenza favorì l’industria pesante, siderurgica ed elettrica, settori in cui lo sviluppo fu davvero enorme. Nel giro di pochi anni, proprio mentre i Paese capitalistici stavano vivendo le conseguenze della crisi del 1929 in Unione Sovietica sorsero grandi città industriali, collegate da una capillare rete di comunicazioni ferroviarie e stradali, e furono costruite potenti centrali idroelettriche e moderne raffinerie di petrolio.

Lo sfruttamento della forza lavoro
Gli straordinari progressi economici dell’Urss furono resi possibili attraverso elevati costi umani e l’intenso sfruttamento della forza lavoro, aumentata notevolmente in seguito all’arrivo nelle città di masse di contadini che sfuggivano alle collettivizzazioni forzate. In questi anni si diffuse inoltre un movimento definito stacanovismo, che sollecitava l’impegno collettivo dei lavoratori a dimostrazione della superiorità del sistema di lavoro socialista. Tale movimento prese il nome da minatore, Aleksej Stakhanov, cui era stato riconosciuto il merito di avere estratto un’insuperabile quantità di carbone e che per questo venne indicato come modello da imitare. Grande cura e attenzione fu posta anche alla soluzione dei problemi relativi alla ristrutturazione dell’esercito e alla diffusione dell’educazione scolastica al fine di formare nuove generazioni di tecnici e di intellettuali in grado di dirigere lo Stato sovietico.

Una dittatura fondata sul terrore
Per portare avanti la sua strategia di sviluppo e realizzare una radicale trasformazione del Paese, Stalin non poté certamente contare sulla totale adesione della popolazione: perciò egli tornò ai duri metodi del comunismo di guerra e utilizzò l’arma del terrore e della repressione, annullando ogni fermento di democrazia e creando un sistema dittatoriale fondato su un potere personale e tirannico. Il terrore fu inizialmente utilizzato come strumento di controllo nei confronti degli operai e dei contadini (come nel caso dei kulaki, ad esempio), ma ben presto fu esteso anche ai membri dello stesso partito. A partire dagli anni Trenta, infatti, si andarono moltiplicando le eliminazioni fisiche e i processi degli altri capi bolscevichi, che potevano rappresentare una minaccia agli occhi di Stalin. Fra le vittime vi fu lo stesso Trotskij, uno dei suoi principali avversari: espulso dall’Urss nel 1929 e stabilitosi in Messico, venne fatto assassinare da sicari di Stalin nella sua abitazione della capitale.

1936-1938: Il periodo della grandi purghe
In particolare, il periodo tra il 1936 e il 1938 vide una serie impressionante di processi e di condanne a morte anche clamorose, emesse senza alcuna parvenza di legalità contro moltissimi cittadini incolpati di attività anticomunista e antinazionale, mentre in realtà erano innocenti o avevano solo cercato di frenare gli eccessi della polizia staliniana. Questo periodo viene complessivamente indicato come quello delle grandi purghe. La quasi totalità della vecchia guardia bolscevica, che aveva esercitato un ruolo di primaria importanza nella fase iniziale della rivoluzione e della guerra civile, fu eliminata: tra le vittime, oltre a Trotskij, vi furono Kamenev e Zinov’ev, antichi alleati di Stalin, Rodek, Bucharin, ex ministri ed ex dirigenti del Komintern, nonché circa 35.000 ufficiali di alto e medio grado e quasi la metà dei quadri dell’intero esercito, a partire dal maresciallo Michail Tuchacevkij, il principale organizzatore dell’Armata rossa. Stalin era ormai l’onnipotente guida dell’Urss, in cui i vecchi dirigenti bolscevichi non potevano più trovare posto e che furono perciò sostituiti con calcolata e rigida freddezza con elementi di comprovata fede stalinista in ogni settore dell’apparato statale, da quello burocratico.

I campi di lavoro coatto
Un tale risultato fu ottenuto anche attraverso la realizzazione e l’organizzazione di campi di lavoro coatto, detti comunemente gulag, sparsi nelle regioni del Paese, come la Siberia, e destinati a diventare luoghi di sistematica quanto efferata distruzione psicologica e fisica della persona. Benché questi campi fossero stati pensati per criminali di ogni tipo, erano utilizzati soprattutto come mezzo di repressione degli oppositori politici di Stalin.
L’esistenza del gulag divenne tristemente nota su scala mondiale specie dopo la pubblicazione di un’ampia esposizione storica dal titolo Arcipelago Gulag (1973-1975), in tre volumi e a firma dello scrittore russo Aleksandr Solzenicyn, premio Novel per la letteratura nel 1970, privato della cittadinanza ed espulso dal suo Paese nel 1974. Secondo la sua testimonianza, per finire nei gulag non era necessario un atto di opposizione al regime staliniano: era sufficiente la denuncia di una spia, un capriccio degli organi di polizia, la dichiarazione di appartenenza a classi socialmente ostili. Anche se nei gulag non venne attuata un’azione di sterminio simile alle camere a gas dei lager nazisti, ben pochi scamparono alla morte a causa delle disumane condizioni di vita in essi praticate.

L’inquadramento della società sovietica
Gli anni Trenta furono dunque il periodo di crisi in cui si sviluppò in tutta la sua portata ciò che è stato definito come stalinismo. L’Urss presentava tutte le caratteristiche di uno Stato totalitario, in cui ogni aspetto della vita civile, dall’economia all’educazione e alla cultura, era controllato e censurato da Stalin e dai suoi più stretti collaboratori, e in cui un unico partito, depurato completamente della vecchia guardia bolscevica, imponeva a tutti una rigida disciplina, finalizzata alla difesa e all’esaltazione della patria e del superiore ideale comunista. Per garantire il mantenimento di tale sistema si ricorse non solo alla repressione, ma anche a una capillare opera di propaganda, condotta grazie al monopolio di tutti i mezzi di informazione: radio, giornali, manifesti celebravano continuamente la grandezza dello Stato sovietico, in cui non vi erano distinzioni di classe e in cui tutti contribuivano con spirito di abnegazione a costruire una società migliore.

Il culto della personalità
D’altra parte gli aspetti più odiosi della dittatura di Stalin, come l’eliminazione fisica e il confino nei gulag degli oppositori, suscitarono più impressione all’estero che non in Unione Sovietica, dove la popolazione era profondamente influenzata dalla massiccia opera di propaganda realizzata dal regime. In particolare, i successi conseguiti dai piani quinquennali contribuirono in maniera determinante a rafforzare il potere di Stalin, che li aveva ideati e che pertanto si avviava a divenire consapevole oggetto di un vero e proprio culto della personalità. Il culto del capo fu un elemento fondamentale nel consolidamento dello Stato sovietico: Stalin era il successore degno di Lenin, il prosecutore della rivoluzione, colui che stava trasformando un Paese agricolo e arretrato in una grande potenza industriale. Fu così che il bene del Paese si identificò con la leadership di Stalin, capo unico e infallibile del partito che aveva costruito lo Stato socialista.

Le contraddizioni del regime
Il regime staliniano godeva del consenso di buona parte della popolazione anche perché dopo lunghi anni di distruzioni e di miseria determinate dalla prima guerra mondiale e dalla guerra civile, il Paese viveva finalmente un periodo di pace e di relativo benessere, non solo economico, ma anche sociale e culturale, in cui per la prima volta tutti i cittadini avevano accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria gratuite. D’altra parte il regime del terrore, la corruzione della burocrazia, il conformismo delle masse erano più tollerabili in un Paese che non aveva mai conosciuto l’esperienza della democrazia e che era passato direttamente dall’oppressivo regime degli zar a quello di Stalin, anch’esso fondato sul potere assoluto di u unico capo.

L’Unione Sovietica
Se inizialmente i governi occidentali accentuarono la propria diffidenza nei confronti dell’Urss, ben presto abbandonarono tale atteggiamento a causa dell’avvento del nazionalsocialismo in Germania, fonte di gravi preoccupazioni sia a est sia a ovest, tali da consigliare un ripensamento nel delicato campo delle relazioni internazionali. I governi delle democrazie occidentali e lo stesso Stalin, timorosi di una possibile ripresa dell’espansionismo tedesco, cominciarono infatti a mostrarsi sempre più disponibili a collaborare. Di conseguenza l’Urss venne ammessa alla Società delle Nazioni e riconosciuta dagli Stati Uniti; Mosca, on cambiò, accettò il nome dell’antifascismo la possibilità di un’unità di azione tra comunismo e borghesia democratica.


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