Il doppio volto di Giovanni Giolitti


Giolitti fu un uomo politico italiano che non appartenne propriamente alla schiera dei "padri della patria" o alla cosiddetta “generazione dei reduci”: egli infatti nacque a Mondovì (Cuneo) nel 1842 e non partecipò al Risorgimento; non fu tra quelli che formarono l’Italia unita, bensì studiò e si laureò in Giurisprudenza nel 1860. Questo, più che essere una mancanza, gli permise di vedere, analizzare ed affrontare i problemi del Regno con lucidità e pragmatismo e non con i paraocchi del mito risorgimentale: fu un uomo nuovo per uno stato vecchio che voleva rinnovarsi.

Portatore di idee liberali moderate, entrò al governo già nel 1882 in qualità di collaboratore del Ministero di Grazia e Giustizia. Dopo essere passato, con la Destra storica di Quintino Sella, al Ministero del Tesoro, divenne Ministro del Tesoro del governo di Francesco Crispi e quindi, Ministro dell'Interno nel governo di Zanardelli, prima di giungere alla nomina di Primo Ministro nel 1892, primo governo di una serie di cinque. Tuttavia lo scandalo della Banca Romana vide le sue dimissioni nel 1893. Il nuovo re d’Italia, Vittorio Emanuele III, costretto a rovesciare la politica che aveva condotto alla sconfitta dei conservatori e all’uccisione di Umberto I, nel 1901 chiamò al governo il giurista Zanardelli, costretto però a ritirarsi due anni dopo perché vecchio e ammalato. A lui successe Giovanni Giolitti.

Il modo di fare politica di Giolitti fu chiamato del doppio volto: se al nord l’atteggiamento dello Stato era quello di mediatore, al sud la situazione si presentava piuttosto differente. Giolitti si serviva dei prefetti per reprimere duramente le rivolte contadine. Nel meridione credeva fosse giusto mantenere il pugno duro, senza stabilire una linea di dialogo. Venne accusato di aver esercitato pressioni politiche, di aver ottenuto voti grazie alla sua politica disinvolta.
Salvemini tracciò un quadro assai fosco della politica dello statista piemontese. e affermò che “nessuno più di lui è stato così brutale, così cinico , così spregiudicato come lui nel fondare la propria potenza politica sull’asservimento, sul pervertimento, sul disprezzo del Mezzogiorno d’Italia; nessuno ha fatto un uso più sfacciato, nelle elezioni del Mezzogiorno, di ogni sorta di violenze e di reati”.
Ma nel 1949 tornato in Italia dopo il suo esilio politico Salvemini rivalutò un po’ la sua situazione scrivendo che Giolitti non fu migliore, ma neanche peggiore di molti politicanti non italiani, e fu certo migliore di politicanti italiani che gli succedettero.

Per quanto riguarda il Nord, quindi, Giolitti non represse gli scioperi e favorì l’organizzazione di associazioni di lavoratori; promosse numerose riforme in campo sociale: venne riconosciuta sostanzialmente la validità degli scioperi per motivi economici, venne regolamentato il lavoro femminile e minorile, fu resa obbligatoria l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro , regolamentò la sanità pubblica,ricostruì la Cassa nazionale per l’invalidità dei lavoratori, istituì l’ispettorato del lavoro e nel 1912 introdusse il suffragio universale maschile.
Il progresso era ovunque: la rete ferroviaria, che nel 1970 misurava soltanto 6000 km, ne contava 18000 nel 1914; i trafori alpini, lo sviluppo dell’idroelettricità, le grandi opere di bonifica e d’irrigazione consentirono un notevole incremento della produzione in tutti i settori. La produzione del grano e dei vini raddoppiò. Ebbe inizio l’esportazione del cotone; a Torino con la FIAT sorse l’industria automobilistica (1899), seguita poi nel 1910 dall’Alfa Romeo e i grandi colossi industriali dell’Ansaldo e dell’Ilva.
Al Sud in quegli anni era esploso con violenza il problema del Mezzogiorno, depresso ed impoverito, abbandonato ai latifondisti in preda al fenomeno del clientelismo, il cui squilibrio nei confronti del nord si aggravava di continuo. Qui Giolitti, al contrario del Nord, controllò le elezioni politiche facendo ricorso ai prefetti, impedì agli avversari di tenere i comizi elettorali, falsificò i risultati elettorali e talvolta usò la malavita per intimidire gli avversari. Per questo modo di operare gli fu rivolto l’appellativo di ministro della malavita. Mancante di una classe imprenditoriale, il Sud rimase agricolo e l’unica valvola di sfogo fu l’emigrazione verso l’America che spostò le tensioni sociali oltreoceano e garantì un maggiore afflusso di denaro in Italia, grazie agli stipendi che gli emigranti mandavano alle famiglie italiane. Per Giolitti il Sud era solo un semplice serbatoio di voti.



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