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Parafrasi: Alexandros, Pascoli

di Giovanni Pascoli
Parafrasi:

I [Versi 1-10]
Siamo arrivati: questo è il confine. O araldo suona la tromba! O soldati, non altra terra (da conquistare) tranne (la luna) che in cielo si riflette brillando, nel mezzo del vostro scudo; terra che vaga (nel cielo) e solitaria, mai raggiunta (prima da nessuno). Da riva estrema potete vedere là, o soldati (della regione) di Caria, l'ultimo fiume, l'Oceano, immobile. O soldati giunti con me dal monte Emo e dal monte Carmelo, ecco guardate, la terra sembra scomparire e sprofondare nel buio luminoso del cielo stellato.

II [Versi 11-20]
O fiumi in piena da me oltrepassati. Voi riflettete nell'acqua limpida l'immagine della foresta immobile, voi trasportate il sordo rumore delle onde che non s'arresta mai. O montagne che ho superato! Dopo avervi scalato, lo spazio che si scorge dalla vostra cima non sembra altrettanto sconfinato di quello spazio che, prima di salire in vetta, ancora più grande nascondete. O monti, o fiumi, che siete azzurri come il cielo, come il mare! Non guardare oltre e limitarsi a sognare, questa sarebbe stata una decisione più saggia: il sogno è l'infinita ombra della verità.

III [Versi 21-30]
Oh! Ero ranto più felice, quanto più cammino avevo davanti a me, quante più difficoltà, quanti più dubbi, quanto più futuro avevo davanti a me! Ero più felice a Isso, quando l'accampamento notturno bruciava sotto le folate dei venti, in mezzo alle numerose schiere di soldati e ai carri neri e agli armenti di buoi che non si potevano contare. Ero più felice a Pella, quando, durante le lunghe sere, o mio cavallo Bucefalo, inseguiamo il sole, il sole che brillava come un premio tra i boschi ombrosi, sempre più lontano.

IV [Versi 31-40]
O padre mio figlio di Amynta! Quando mi misi in viaggio non pensavo obbiettivi confini da raggiungere. Quando siamo partiti Timoteo, il cantore, intonava tra gli altari un inno sacro; inno che era come il potente soffio di un andare deciso dal destino, in grado di proseguire oltre la morte; e tale inno mi è rimasto nel cuore, ancora vivo come resta in una conchiglia il mormorio del mare. O acuto squillo di tromba, o voce di uno spirito coraggioso, che sali in cielo e lanci il tuo suono, io ti voglio seguire! Ma non posso perchè questo luogo è il confine oppure la fine, l'Oceano, il Nulla... e il canto passa e si perde oltre noi.

V [Versi 41-50]
E con queste parole Alessandro si lamenta, dopo esser giunto laggiù al confine delle terre emerse ansimante piange dall'occhio che è nero come la morte e piange dall'occhio che è azzurro come il cielo. Piange perchè nell'occhio nero la speranza si fa sempre più inutile, questa è la sua sorte, mentre nell'occhio azzurro il desiderio si fa più forte. Egli ascolta in lontananza bramiti di belve, forze sconosciute, inarrestabili, passargli davanti nell'immensa superficie dell'Oceano come il suono di mandrie di elefanti al trotto.

VI [Versi 51-60]
Intanto nell'Epiro, sua patria, selvaggio e montuoso, le giovani sorelle di Alessandro filano la pregiata lana di Mileto per il loro caro assente. A tarda notte, fra le servitrici operose, ruotano il fuso con le dita bianche come cera; piade, rapita dalle fantasie di un sogno, ascolta il prolungato mormorio di una sorgente, ascolta nella vuota ombra infinita dalla foresta le querce secolari stormire sulla montagna.



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