Lettere alfabeto italiano


Queste ventisei lettere sono i segni dell’alfabeto che noi usiamo. La sua invenzione è stata la più grande rivoluzione della storia della comunicazione: non più un segno per ogni parola ma un segno per ogni suono. Da allora scrivere e leggere fu molto più facile di prima e, oltre ai sacerdoti e agli scribi, anche i commercianti, gli artigiani e gli agricoltori cominciarono a capire l’importanza della scrittura e a impararla.

La parla alfabeto deriva da alfa e beta, le prima due lettere dell’alfabeto greco. Del resto, anche in italiano, diciamo imparare l’abbiccì (cioè a, b, c) per “imparare l’alfabeto”. Dei 26 segni che compongono l’alfabeto, 21 sono propri della lingua italiana, 5 servono per trascrivere parole di origine greca, latina o straniera:

A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z

J, j (i lunga) si pronuncia i (Jugoslavia, Junior, Juta; più comuni però Iugoslavia, iunior, iuta con la i semplice). Quando si riporta una parola straniera non italianizzata, questa si deve leggere nella lingua d’origine: jet (inglese: si pronuncia “get”); abat-jour (francese: si pronuncia “abasiur”, con la s quasi dolce).

K, k (cappa) si pronuncia come la nostra c dura (klacson, gimkana, kolkhos; comuni anche le forme clacson, gimcana e colcos). Si usa anche nelle abbreviazioni metriche Km (= chilometro), Kg (= chilogrammo).

W, w (vu doppia) si pronuncia v (Wanda, Wagner); si pronuncia generalmente u nelle parole inglesi (western = uèstern, whisky = uìschi.

X, x (ics) Ha una pronuncia che sta tra cs e gs (Texas, extra).

Y, y (ipsilon) Si pronuncia i (New York, yogurt, hobby, Tony); nelle parole inglesi a volte si pronuncia ai (dry = drai).




L’ordine alfabetico


La successione delle lettere dell’alfabeto determina il cosiddetto ordine alfabetico. Perché è importante conoscerlo? A che serve?
Quando si raccolgono delle parole in un elenco, come per esempio in un dizionario o nella guida del telefono, queste parole vengono messe in successione alfabetica. Così, se dobbiamo cercare una parola in tali elenchi, sarà facile trovarla.

Prima ci saranno le parole che cominciano con A, poi quelle con B, in seguito quelle con C e via di questo passo: asino, bue, dromedario, elefante, farfalla…

A loro volta tutte le parole che iniziano con A saranno messe in ordine alfabetico osservando la seconda lettera e poi la terza e così via:
abaco, abbazia, abete, abito, ablativo, abnorme, abrasivo, acanto, acca, accetta, aceto, acne, acre, acuto.



Segni e suoni: grafemi e fonemi


I linguistici distinguono le lettere dell’alfabeto in:
Grafemi = segni, lettere scritte.
Fonemi = suoni delle lettere.

Il grafema e il fonema sono le più piccole unità della lingua e sono prive di significato.
Gli studiosi sono riusciti a contare una quarantina di fonemi.Noi ci limitiamo qui a elencare i più comuni, relativi all’alfabeto italiano.



Maiuscole e minuscole


Si dice il presidente o il Presidente? Il ministro o il Ministro? Gli italiano o gli Italiani? Quando si adoperano le maiuscole?
Non è facile rispondere a questo interrogativo, perché non esistono regole precise, per cui l’uso delle maiuscole è spesso molto personale e varia nel tempo. Ecco, per esempio, una scelta di frasi prese da una lettera di Giacomo Leopardi che dimostra un larghissimo uso di maiuscole: <<[…] carissimo e desideratissimo Signor Giordani mio […] fo la mia lettura regolata dai Classici delle tre lingue […] la provvidenza t’ha fatto Turco. Crede Ella che un grande ingegno qui sarebbe apprezzato […] ho qualche amico in Milano, fo venire i Giornali, ordino libri […]. Io avea allora quindici anni, e stavo dietro a studi grossi, Grammatiche, Dizionari […] mio padre la ringrazia de’ suoi saluti>>.
(Da Giacomo Leopardi, Lettera a Pietro Giordani, Arnoldo Mondadori)
Cerchiamo di semplificare al massimo la questione indicando quando l’uso delle maiuscole è necessario e quando è facoltativo.



Quando è necessario l’uso delle maiuscole


1. All’inizio di ogni periodo:
Si avvicinava l’inverno: la sera calava presto.

2. Dopo il punto fermo:
Lui non lo sapeva. Nessuno glielo aveva detto.

3. All’inizio di un discorso diretto:
Gli domandai: «Quando l’hai vista?».

4. Dopo il punto interrogativo e quello esclamativo:
«vieni con noi?» «si»; «ehi! Lasciami in pace!».
Se le domande o le esclamazioni sono più d’una, o se sono strettamente legate tra loro, si può anche usare la lettera minuscola: «l’hai visto? gli hai parlato?»; «basta! silenzio!».

5. Con i nomi propri di persona, di animali, di cose personificate, con i cognomi, pseudonimi e soprannomi: Dante, Leopardi, il Barbarossa, Bob, Fido, la dea Fortuna, il re Sole ecc.
Nei nomi e cognomi composti da più parole si scrivono con la maiuscola tutte le parti: Francesca Maria Rinaldi Ceroni. Nei cognomi preceduti da particelle, anche la particella si scrive generalmente maiuscola: D’Azeglio, De Medici; se però è preceduta dal nome, la particella si scrive solitamente con l’iniziale minuscola: Luca d’Azeglio, Giorgio de Chirico.
Lo stesso dicasi per le preposizioni straniere de, von, van ecc.:
Van Gogh o Vincent van Gogh, De Gaulle o Charles de Gaulle, Van Braun o Wernher von Braun ecc.
I prefissi inglesi O’ e Mac o Mc vanno ambedue maiuscoli:
Eugene O’Neil, Shirley Mac Laine, Joseph Raymond Mc Carthy ecc.

6. Con i nomi geografici di città, vie, piazze, nazioni, fiumi, laghi, mari, costellazioni, stelle ecc.:
Bologna, la Francia, il Po, il Mediterraneo, il Garda, le Alpi, l’Orsa Minore ecc.
Con i sostantivi derivati dai nomi propri geografici indicanti zona o territorio: il Ravennate (il territorio di Ravenna), il Senese (il territorio di Siena) ecc.
Con i nomi e gli aggettivi che fanno parte di una designazione: la Torre degli Asinelli, la Mole Antonelliana, il Parco dello Stelvio, l’Arco di Trionfo, il Cremlino, la Casa Bianca ecc.

7. Per i nomi di popolazioni si usa la maiuscola per i gruppi etnici: i Sioux ecc. Gli aggettivi, invece, hanno le minuscole: popolazioni sioux ecc.

8. Con i nomi di feste, avvenimenti importanti: il Natale, il Risorgimento.

9. Con i numeri romani e con i numerali indicanti secoli, periodi o episodi storici: nel MCCLXXX, nel Trecento, il Rinascimento, l’impresa dei Mille.

10. Con i nomi di enti, società: la Camera dei deputati, lo Stato, la Chiesa, la Banca d’Italia, la Croce Rossa.

11. Nelle sigle: FIAT, ONU, DS, che si possono anche scrivere F.I.A.T., O.N.U., D.S. e anche più modernamente Fiat, Onu, Ds.

12. Con i nomi di Dio e della Madonna per i cristiani o delle divinità di altre religioni: Dio, il Creatore, la Vergine, l’Addolorata, Allah, il Profeta, Visnù.



Quando è facoltativo l’uso delle maiuscole

1. Con i nomi di nazionalità e popoli: i cinesi, gli italiani, i genovesi (meno comune i Cinesi, gli Italiani, i Genovesi).

2. Con i nomi reverenziali, di cariche, titoli ecc.: papa, re, imperatore, vescovo, ministro, deputato, presidente, cavaliere, dottore, ragioniere ecc. (meno frequenti Papa, Re ecc.).

3. Con i pronomi e aggettivi riferenti a Dio, alla Madonna e a personalità: Dio col suo aiuto ci salverà; le scrivo per dirle che arriverò domani (meglio che Dio col Suo aiuto… e Le scrivo per dirLe…).

L’uso delle maiuscole varia invece nei titoli e nelle intestazioni dei libri, giornali, film, opere artistiche, strade, piazze ecc.:
la Divina Commedia, i Promessi Sposi o I promessi sposi, Biancaneve e i sette nani, La Stampa, La Gazzetta dello Sport o La Gazzetta dello sport, la Gioconda, il Barbiere di Siviglia o Il barbiere di Siviglia, Via Garibaldi o via Garibaldi, Piazze delle Erbe o piazza delle Erbe ecc.



Come si producono i suoni

La vocale: è il suono prodotto dall’aria che esce dalla cavità orale senza incontrare ostacoli; è un emissione libera di voce.
La consonante: all’aria che sale dai polmoni vengono frapposti dagli organi fonatori uno o più ostacoli; a seconda di dove si colloca l’ostacolo cambia il suono della consonante.

Noi produciamo suoni grazie agli organi del nostro apparato fonatorio, che modulano l’aria emessa dai nostri polmoni. I suoni che il nostro apparato riesce a produrre sono molto numerosi. Ma non tutti diventano suoni linguistici. Parlare è un operazione molto complessa che schematicamente possiamo descrivere così.
Per produrre qualunque suono è necessario espirare aria. L’aria che sale dai polmoni, passa attraverso i bronchi, la trachea e la laringe; qui fa vibrare le corde vocali e si produce così la voce. Salendo nell’apparato boccale, gli altri organi fonatori (faringe, palato, lingua, denti, labbra) intervengono a modularla a seconda degli stimoli che il nostro cervello invia: i suoni prodotti saranno diversi a seconda del diverso modo in cui gli organi fonatori si dispongono e si muovono quando passa la voce. Infatti a seconda del modo in cui vengono articolati, i suoni utilizzati dalla lingua italiana, i fonemi del nostro alfabeto, vengono divisi in vocali e consonanti.
Quando pronunciamo una vocale, se appoggiamo una mano sulla gola sentiamo la vibrazione sonora dell’aria che scorre senza incontrare ostacoli; se invece pronunciamo una consonante, la vibrazione non si sente più perché si è scaricata contro l’ostacolo, cioè l’organo che la vibrazione sonora ha incontrato.


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