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Origine del nome Italia

Il poeta romano Virgilio, vissuto nel I secolo a.C., così scriveva: C’è un luogo che i Greci chiamano Esperia (cioè terra d’Occidente). E’ una terra antica, potente nelle armi e molto fertile nel suolo. Ci fu un tempo in cui si chiamò Enotria (cioè terra del vino).
Ma è fama che adesso i suoi abitanti la chiamino Italia dal nome di un eroe di quel luogo (cioè il mitico Italo).
Fin qui la tradizione. Quel che possiamo aggiungere è che in origine il termine Italia indicava l’estremità meridionale della penisola, corrispondente ad una parte dell’attuale Calabria. Nel corso dell’antichità, venne, man mano applicato a tutte le terre a sud delle Alpi.
L’autentica origine della parola Italia risulta invece sconosciuta. Sappiamo solo che gli scrittori antichi come, Virgilio, la facevano risalire ad un eroe chiamato Italo. Questi avrebbe introdotto l’agricoltura nel meridione.
E’ molto probabile che il mito di Italo sia stato inventato successivamente, per spiegare il termine Italia di cui nessuno ricordava l’origine.
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Riassunto: L'Eneide, Virgilio

Il poema, composto da XII canti o libri, si può dividere in due parti: nella prima sono narrate le peregrinazioni di Enea da Troia fino a Cartagine dove incontra Didone, e da qui alle rive del Lazio; nella seconda le guerre sostenute da Enea e dai suoi compagni con le genti indigene, soprattutto contro i rutuli, per l'affermazione dei troiani in Italia.
L'Eneide si rifà ai due grandi esempi dell'Iliade (II parte) e dell'Odissea (I parte).

La vicenda
All'inizio del poema, Enea, fuggito da Troia in fiamme, sta navigando con la sua gente per il Mediterraneo in cerca di una terra, promessa dagli dei secondo una profezia. Una tempesta lo costringe a sbarcare sulle coste dell'Africa, dove Didone, una regina fenicia, sta innalzando la sua città, Cartagine. Accolto ospitalmente nella reggia, l'eroe racconta le sue peripezie: l'incendio di Troia, la morte di Priamo e della propria moglie Cresua, la fuga, le peregrinazioni tra l'isola di Creta e la Sicilia, la morte di suo padre Anchise, la certezza che la terra promessa ai troiani dal destino è l'Italia.
Didone commossa dal racconto dell'eroe, s'innamora di lui. Travolto dalla passione, Enea dimentica per qualche tempo la missione che il destino gli ha affidato; ma poi, ammonito dagli dei, incapace di tradire la sua gente. Didone, disperata, si uccide.
La flotta troiana tocca la Sicilia e quindi risale le coste dell'Italia fino alla spiaggia di Cuma, dove Enea visita la Sibilla Cumana che lo conduce nel regno dei morti perché egli possa conoscere il destino dei suoi. Tra i morti, si fa incontro all'eroe l'ombra di suo padre Anchise, che gli mostra, tra le anime che ancora debbono incarnarsi sulla terra, quelle dei grandi romani futuri, e celebra le virtù che faranno di Roma la padrona del mondo. Ripreso il viaggio, Enea giunge alla foce di un grande fiume: il Tevere, che, da certi segni, riconosce come la meta finale del viaggio. Qui è accolto benevolmente dal re Evandro e da suo figlio Pallante, nonché dal re Latino, che gli promette in sposa la figlia Lavinia, già promessa dalla madre al re dei rutuli Turno. Ne nasce perciò una guerra sanguinosa, che coinvolge rutuli e troiani e dà l'occasione al poeta di affrontare il genere epico avendo presente il modello omerico.
Egli però eccelle soprattutto nei momenti più commoventi, come la morte del giovane Pallante e la spedizione notturna di due ragazzi troiani, Eurialo e Niso, che penetrano nelle file nemiche, ma vengono scoperti e uccisi. Il poema ha termine con la morte di Turno, sconfitto da Enea in duello, e il trionfo della piccola armata troiana e dei suoi alleati.

L'eroe Enea
Enea è l'uomo a cui il Fato ha assegnato una missione che porta a termine a costo di grandi sacrifici, accettandola anche quando questa va contro i suoi sentimenti e i suoi desideri. Non è guidato dalla passioni come gli eroi dell'Iliade, né dal desiderio di avventura e di conoscenza come Odisseo, ma della pietas, cioè il sentimento di venerazione per gli dei, il rispetto del Fato, il senso del dovere nei confronti della patria, dei genitori, dei parenti, degli amici, di se stesso. Enea, rispetto agli eroi dell'epica greca, ha una misura umana, una sofferta vita interiore; la sua grandezza non sta tanto nelle imprese eroiche quanto nell'accettazione consapevole del proprio destino e nella compassione verso i propri simili.
Qualche studioso ha rimproverato a Enea la mancanza del calore degli affetti, l'estraneità alle emozioni umane, ma nell'Eneide la sensibilità dell'eroe si manifesta a ogni distacco, a ogni perdita.
Nelle ultime ore di Troia egli è in preda alla furia della disperazione; quando lascia Cartagine, prova tante e tali emozioni che deve lottare per controllarle, quando muore l'amico Pallante, è travolto da un furioso desiderio di vendetta.
Ma la sua forza d'animo gli fa superare ogni ostacolo e contrastare la violenza delle passioni: l'eroe sa che i frutti di ogni sua pena e di ogni suo travaglio saranno colti dopo la sua breve esistenza terrena.

La fortuna di Virgilio e dell'Eneide
L'ammirazione per Virgilio, iniziata già con gli scrittori della sua epoca, è continuata e continua ancora oggi.
Sant'Agostino considerava l'Eneide suo libro da capezzale. Nel medioevo il poeta latino venne considerato un mago, un profeta di Cristo. Lo ammirarono Dante (che ne fece la sua guida nel viaggio allegorico attraverso l'Inferno e il Purgatorio) e Petrarca.
Sulla nostra cultura pochi altri autori hanno esercitato un'influenza pari alla sua.
La fortuna letteraria di Virgilio non si è offuscata nel tempo, anzi la sua opera ha continuato e continua a influenzare scrittori e poeti di tutto il mondo.
Il poeta inglese Thomas Stearns Eliot, dopo essersi chiesto in un celebre saggio che cos'è un classico, si è risposto senza esitazione: <<Un classico è Virgilio, è il classico modello>>.
Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges ha confessato: <<Le mie notti sono piene di Virgilio>>.
Alcuni studiosi sostengono che nell'Eneide si avvertono due "voci": con una, quella più esplicita, Virgilio canta le lodi di Augusto, sovrano del mondo intero dopo la battaglia di Azio nel 31 a.C.; con l'altra, più sottile e insistente, il poeta ci dice quanto è costato l'impero in termini umani, in crudeltà e intolleranza. Enea, per portare in salvo i Penati, fondare una nuova città nel Lazio, ha abbandonato vilmente Didone e ha ammazzato Turno che, ormai sconfitto, gli chiedeva pietà.
Per Enea la vita è un penoso dovere, un cammino da seguire secondo il volere del Fato (la parola Fato compare nel poema 120 volte).
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Biografia: Virgilio Publio Marone

Riassunto biografia:

L’autore nacque ad Andes (l’odierna Pietole) presso Mantova nel 70 a.C. da una famiglia di proprietari agricoli. Dopo gli studi a Cremona e a Milano si trasferì a Roma dove mantenne vivo il ricordo e il rimpianto delle proprie terre (confiscategli in seguito alle guerre civili seguite alla morte di Cesare) e di una vita semplice e laboriosa. Divenuto famoso grazie alla composizione delle Bucoliche (brevi poesie pastorali inneggianti alla dolcezza della vita agreste e all’amore per le cose semplici) e delle Georgiche (un poemetto in cui si insegna ad amare e a curare la campagna), venne apprezzato e amato da esponenti della politica e della cultura, tra cui Mecenate che lo volle nel suo circolo.
Ottenuto il favore di Cesare Ottaviano Augusto, aderì al programma dell’imperatore di far rivivere, attraverso la poesia, quelle virtù che avevano reso grande Roma nei primi secoli: l'amor di patria, l'attaccamento alla famiglia, il rispetto del volere degli dei, il culto degli antenati, la sobrietà dei costumi, il valore in guerra.
Per esaltare le origini di Roma e quelle della stessa famiglia dell'imperatore, la gens Julia discendente da Iulo, figlio di Enea, si accinse a scrivere l'Eneide a cui lavorò fino alla morte, avvenuta a Brindisi nel 19 a.C., dopo un viaggio in Grecia.

Celebrazione di Roma
A Virgilio, un poeta vissuto molti secoli dopo Omero al tempo dell'imperatore Augusto, dobbiamo la più grande opera della letteratura latina: l'Eneide in cui sono celebrate le nobili origini di Roma e della gens Julia a cui apparteneva lo stesso imperatore.
Secondo la tradizione, la gens Julia discendeva dall'eroe troiano Enea, figlio della dea Venere e del capo troiano Anchise che, dopo la distruzione di Troia e infinite peripezie, era giunto con pochi troiani superstiti alle foci del Tevere e aveva dato origine a una nuova civiltà destinata a dominare il mondo.
Riprendendo le antiche leggende che riflettono i valori della vita semplice e virtuosa dei romani di un tempo, Virgilio voleva proporre ai suoi contemporanei un ideale grazie al quale il popolo di Roma aveva saputo costruire un'impero potente e sapientemente organizzato.
L'Eneide ha in comune con i poemi omerici l'intento celebrativo, canta, come l'Iliade e l'Odissea, le imprese di grandi eroi ma celebra la pace piuttosto che la guerra e l'accettazione del destino piuttosto che lo spirito guerriero.
Anche le stesse lotte di Enea contro i popoli nemici del Lazio sono viste come necessarie perché alla fine la pace trionfi. A differenza di Omero che ci mostra le azioni, gli avvenimenti e i comportamenti dei personaggi, Virgilio è più attento ai sentimenti che li muovono e sa entrare direttamente nel loro animo.
Omero molto raramente esprime la sua partecipazione mentre Virgilio si commuove, si emoziona, soffre e gioisce insieme ai suoi eroi.
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