Le armi nei poemi omerici
     


Le armi nei poemi omerici


Appunto che descrive l'importanza delle armi degli eroi di Iliade, Odissea ed Eneide.

Patroclo in una scena della guerra di Troia


Nel sedicesimo libro dell'Iliade, per la prima volta emerge un motivo che sarà sviluppato nella seconda metà del poema, quello delle armi di Achille: Patroclo, indossate le armi dell’amico, scende in campo e per un certo periodo di tempo viene scambiato per Achille; quindi Ettore, ucciso Patroclo, decide di vestirne le armi e Achille, rimasto senza la sua armatura, ne otterrà una nuova, che la madre Teti fa forgiare da Efesto (libro XVIII) e che rappresenta una mirabile opera d’arte. È evidente che le armi di Achille sono degne solo dell’eroe per cui sono state fabbricate. Apollo stesso interviene a sciogliere la corazza di Achille indossata da Patroclo, come se nessuno fosse in grado di farlo, e Achille rimprovera esplicitamente a Ettore di non aver pensato, quando strappava le armi a Patroclo, alle conseguenze del suo gesto.
Le armi di Achille sembrano addirittura maledette: terminata la guerra, una disputa sorse tra gli eroi per decidere a chi dovessero andare, dopo che Achille era morto: la scelta cadde non su Aiace, secondo Omero l’eroe più valoroso dopo Achille, ma su Odisseo, lo scaltro vincitore della città, e ciò provocò il suicidio di Aiace. La versione mitologica della pazzia e del suicidio di Aiace fu ripresa da molti poeti, fra cui il tragico Sofocle che nella tragedia "Aiace" narra come l’eroe, offeso per l’ingiustizia subita, impazzisse e facesse strage delle bestie, che rappresentavano il cibo per l’esercito acheo, scambiandole per i compagni che l’avevano disonorato, e infine si uccidesse gettandosi sulla spada che Ettore gli aveva dato in dono, alla fine del duello narrato da Omero nell’Iliade.
Il valore quasi magico che le armi di ciascun eroe hanno per il suo possessore lo si coglie soprattutto nell’Iliade, poema interamente focalizzato sulle virtù guerresche e sul significato che esse hanno perla società aristocratica. Achille stesso ne è ben consapevole, quando incita Patroclo a indossarle per ingannare gli avversari; lo stesso Ettore forse si inebria dell’invincibilità che le armi del nemico sembrano racchiudere. Del resto, la vestizione dell’eroe per entrare in battaglia è un momento centrale del duello: indossando le armi, l’eroe assume il suo ruolo di combattente, la sua identità profonda: ben lo dimostrano i versi con cui è descritta la vestizione di Achille nel XIX dell’Iliade.

Anche nell’Odissea (libri XXI e XXII),. un momento centrale è quello in cui Odisseo, preso l’arco che da sempre gli appartiene, non solo riesce a tenderlo e a vincere prova imposta da Penelope, ma viene anche riconosciuto sotto le spoglie del mendico: in questo caso la coincidenza tra identità e arma è segnata dal riconoscimento: l’eroe, entrato in possesso dell’arco, che richiede una forza e una tecnica particolari, torna così a essere se stesso, a ricoprire il suo ruolo. Tuttavia, Odisseo, che più volte nelle avventure precedenti aveva rinunciato al ruolo del guerriero tradizionale per salvarsi la vita, anche facendo ricorso ad armi alternative, fornisce armi ai servi che sa a lui fedeli, per organizzare l’attacco ai Proci: in questo caso il valore delle armi è più sfumato e meno individuale, allargato a una considerazione più collettiva, più sociale, dell’eroismo. L’Odissea sembra rappresentare un momento più recente della storia greca, in cui anche la funzione guerresca può, seppur solo eccezionalmente, coinvolgere le classi basse.


Spesso le armi dell’eroe sono divine, cioè forgiate per volere e dalle mani di un dio. E il caso della panoplia, l’insieme delle armi che Teti commissiona a Efesto e con cui il figlio rientrerà in battaglia dopo la morte di Patroclo. Soprattutto sullo scudo si sofferma Omero e la descrizione dei rilievi figurativi sarà un modello per un’analoga descrizione: quella dello scudo di Enea nel libro VIII dell’Eneide.
Vulcano, l’omologo latino del dio greco Efesto, forgia uno scudo che rappresenta, e anticipa profeticamente, la gloria di Roma, le sue istituzioni, i suoi costumi, avvolgendoli di gloria. Lo scudo di Achille raffigura la terra, il cielo, il mare, il sole, la luna e le stelle, la pace e la guerra, la città e la campagna, ed è cinto dall’Oceano, in una rappresentazione affascinante e incantata dell’universo; lo scudo di Enea invece illustra il destino della futura città e del suo fondatore.



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