Riassunto: Critica del giudizio, Kant


La Critica del giudizio è la terza critica di Kant, con essa si vuole superare il dualismo tra ragion pratica e ragion pura.

Il problema
Kant, nelle due critiche precedenti ha visto l'uomo come appartenente a due mondi:
  • al mondo naturale, visto come oggetto dei giudizi, dove l'intelletto determina a priori le leggi fondamentali del mondo fenomenico;
  • al mondo della libertà, visto come oggetto dei giudizi morali, dove la ragione esercita un dominio sulle facoltà dell'uomo, trovando accesso al noumeno.

Il giudizio riflettente
Nella critica del giudizio Kant cerca di definire una prospettiva unitaria (tra determinismo e libertà), cerca di conciliare il determinismo della scienza col postulato della libertà morale.
Il punto di connessione tra mondo della natura e sfera della moralità viene individuato nel sentimento che poggia sul giudizio riflettente: questi, a differenza del giudizio determinante (con cui si determinano sul piano conoscitivo i fenomeni mediante le leggi dell’intelletto), riflette sulle realtà particolari, guardando ad esse dal punto di vista del fine,”sentendole” come se esse fossero destinate all’attuazione di un fine. È una considerazione puramente soggettiva della realtà, che è mediata dal sentimento e non dall’intelletto.

Kant distingue due diversi tipi di giudizio riflettente: il giudizio estetico e il giudizio teleologico.

Nel giudizio estetico, una realtà viene intuita come “bella”, cioè armonicamente costituita secondo un’interna finalità, che si accorda col soggetto e suscita in lui un piacere senza interesse. Più intenso del sentimento del bello è quello del sublime, che va distinto dal bello perché è informe ed illimitato. Inoltre, mentre la bellezza può essere attribuita agli oggetti naturali, il vero sublime non può essere riferito a tali oggetti, ma è un sentimento dell'animo

Nel giudizio teologico, il soggetto pensa ogni cosa naturale come un organismo in cui il tutto procede e governa le parti orientandole verso un fine. Anche la natura e l’ordine delle cose sono orientati verso un fine, attribuitogli da Dio, inteso come autore dei fini. Ma questo finalismo non è dimostrabile sul piano conoscitivo.



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