Critica della ragion pratica, Kant


di Immanuel Kant
Riassunto:

La ragion pratica opera sul piano della morale e sul piano della libertà. La legge morale deve essere oggettiva e universale per essere giusta.

L’autonomia morale
Secondo Kant ciò che distingue la filosofia pratica è l’agire libero dell’uomo che si svolge secondo regole. A presiedere alla scienza della ragione Kant pone la ragione, operante sul piano della morale e della libertà. La ragione decide liberamente in base a regole e a principi che trova in se stessa. Si afferma quindi come volontà, come la facoltà di determinare la causalità dell’agire mediante la rappresentazione di regole, presenti nell’interiorità della coscienza. La volontà umana è in grado di rappresentarsi tali comandi e di decidere se rispettarli o meno; proprio questa possibilità di scegliere liberamente permette di imputare agli individui la responsabilità delle scelte che compiono. Un ruolo essenziale nell’agire morale è giocato proprio dalla coscienza.

Un’etica del dovere
Un agire secondo regole oggettive è necessario proprio perché la natura dell’uomo è finita. L’uomo non è né santo né animale. Una volontà santa mossa dalla ragione e non turbata da passioni e desideri, per agir bene non avrebbe bisogno di regole. D’altra parte se l’uomo agisse solo in base ad istinti ciechi la sua volontà sarebbe non libera, ma necessitata, condizionata dalla necessità espressa da quegli istinti. In realtà l’operare umano è condizionato sia dagli impulsi sia dalla ragione. Ma proprio per questa duplice natura dell’uomo, che è ragione e sensibilità, la legge dell’agire umano si configura come un dovere, come necessità di sottomettere alla legge della ragione la sensibilità.
Le leggi morali hanno il carattere di una necessità incondizionata e si presentano, nella coscienza degli individui, sotto la forma di un comando, di un imperativo (tu devi!).
La sua è un’etica del dovere per il dovere, fondata su regole della ragione, su imperativi.

Imperativi ipotetici e categorici
Kant distingue due tipi di comandi, di imperativi: gli imperativi ipotetici nei quali l’azione è valida non in sé ma solo come mezzo per qualche cosa, e gli imperativi categorici nei quali un’azione viene comandata perché necessaria per se stessa, indipendentemente dal risultato che consegue. Gli imperativi ipotetici possono essere di due tipi, a seconda che il fine che essi perseguono sia solo possibile (incerto) oppure sia reale (certo).
Nel primo caso sono imperativi dell’abilità, perché fanno riferimento alle modalità tecniche, alle operazioni funzionali a quello scopo. In altre parole chi vuole il fine vuole anche il mezzo; non importa sapere se il fine sia buono o meno ma solo quale sia il mezzo migliore per conseguirlo.
Nel secondo caso, imperativo assertorio, il fine è già dato: è il fine della felicità e del benessere.
Solo gli imperativi categorici sono moralmente significativi. Essi considerano un’azione come oggettivamente necessaria per se stessa; ciò che in quell’azione vi è di buono consiste soprattutto nell’intenzione con cui essa viene compiuta, la quale deve essere disinteressata indipendentemente dal risultato che ha conseguito.


Tre sono le formule dell’imperativo categorico:
  • il criterio dell’azione morale deve avere la forma dell’universalità; 
  • l’uomo deve essere considerato come fine e mai solo come mezzo; 
  • l’uomo è legge a se stesso, principio della legislazione morale universale.

La prima spiega che nell'agire dobbiamo chiederci se il nostro agire è valido per tutti gli uomini e periodi. Egli comanda di operare in modo razionale ed universale affinché l'azione sia moralmente significativa.

La seconda ci dice che il nostro agire deve rispettare la dignità umana. Gli altri uomini non devono essere visti come mezzo perché solo l'uomo è un fine in sé.

Nella terza, l'uomo non è solo sottoposto alla legge morale ma anche al creatore. Per il principio e fine, l'uomo è legislatore di se stesso.


Eteronomia e autonomia
Sono considerate eteronome (cioè fondate su leggi esterne) tutte le concezioni morali che fanno dipendere il valore delle norme da qualcosa che è esterno alla coscienza degli individui. Sono i sistemi nei quali come “motivi determinanti della vita morale”sono indicati: il piacere o la felicità, il sentimento morale, la perfezione, la volontà di Dio, l’educazione e il governo civile. La volontà di Dio e la perfezione morale sono motivi legati all’esigenza e alla ricerca della felicità e non giustificano il carattere incondizionato della legge morale. Il dovere fa riferimento a una regola e a un’autorità interiore, non si identifica con uno specifico tipo di azioni e assume sempre il carattere dell’universalità.

I postulati della ragion pratica
I tre postulati kantiani della ragion pratica (libertà, immortalità dell’anima e esistenza di Dio) offrono una prospettiva all’interno della quale sia possibile superare l’antinomia che sussiste fra virtù e felicità. La libertà,indimostrabile teoreticamente, ma è necessaria come fondamento della vita morale. L’immortalità dell’anima è un postulato in quanto è una condizione per essere degni della felicità. È quindi necessario che l’esistenza dell’essere razionale continui all’infinito ovvero che l’anima sia immortale. Dio è qualcosa di più: è garanzia della speranza e della prospettiva del sommo bene, perché proprio Dio permette di dare la felicità. Anche se sul piano conoscitivo non è possibile provare l’esistenza di Dio, nell’interiorità della coscienza morale troviamo il fondamento e la certezza soggettiva di tale esistenza. Con tali postulati è possibile acquisire la certezza soggettiva della possibilità di conciliare la virtù con la felicità. E proprio perché consentono di attingere alla sfera del mondo soprasensibile - che era invece inattingibile sul piano teoretico - su di essi si fonda il primato della ragion pratica.

Il diritto
Il diritto per Kant consiste nella “limitazione della libertà di ciascuno alla condizione che essa si accordi con la libertà di ogni altro”. In tal modo la libertà di ciascuno viene pienamente riconosciuta solo in quanto coesista con la libertà degli altri. Il filosofo conferma il suo giudizio pessimistico sulle tendenze della natura umana, sulla facilità con cui l’uomo si abbandona alle pulsioni istintive. È proprio tale felicità a richiedere l’esistenza di norme giuridiche capaci di regolare e garantire un’ordinata convivenza sociale.

L’insocievole socievolezza e lo sviluppo umano
Le stesse tendenze egoistiche della natura umana, in una società civile regolata dal diritto, possono tradursi in un fattore positivo. Ciò che caratterizza la società è l’antagonismo: ossia una insocievole socievolezza degli uomini, cioè la loro tendenza a unirsi in società. Tale tendenza ad associarsi per la propria sicurezza e nello stesso tempo a dissociarsi per volgere tutto al proprio tornaconto è proprio il mezzo di cui la natura si serve per attuare lo sviluppo delle disposizioni umane.

Il contratto sociale come principio di ragione
L’ordinamento civile ha la sua genesi in un contratto originario che richiama il modello giusnaturalistico. Per Kant l’uscita dallo stato di natura non è dettata solo da motivi di opportunità ma costituisce un vero e proprio principio di ragione. Come tale, essa non è un evento storico, bensì è un principio regolativo su quale riposa il diritto. L’uomo abbandonando la libertà selvaggia dello stato di natura, non perde, ma ritrova la sua libertà. E questa non è diminuita dalla dipendenza legale dell’individuo perché questa dipendenza scaturisce dalla sua stessa volontà legislatrice.

La libertà e i limiti dell’azione dello Stato
Come nel Liberalismo classico, il compito dello Stato è solo negativo, in quanto mira a garantire la sfera di libertà di ciascuno contro chiunque altro. Tale orientamento liberale si scontra con il dispotismo prussiano. Il filosofo ripropone, fra l’altro, l’idea di una divisione dei poteri e afferma la necessità di uno Stato Repubblicano che sia basato su tre principi della ragione: la libertà, l’uguaglianza davanti alla legge, l’indipendenza dell’individuo in quanto cittadino. Kant rifiuta di identificare la costituzione repubblicana da lui auspicata con una costituzione democratico-giacobina.

La pace perpetua e i suoi sentimenti
Kant evidenzia la necessità di connettere due forme autonome e distinte dell’agire umano: l’agire politico e quello morale. Egli ribadisce la sua convinzione circa la necessità di porre fine alle politiche di potenza degli Stati e a quelle guerre di sterminio che rischiano di dar luogo solo ad una pace perpetua nel grande cimitero del genere umano. Per il filosofo l’eliminazione della guerra è un problema cruciale. Esso può essere affrontato positivamente solo uscendo dallo stato di natura. Proprio ispirandosi ad un principio di universalità, rinunciano a scelte dettate da interessi egoistici, il politico morale può avvicinare l’obiettivo della pace.

Una politica di pace può reggersi su alcuni divieti volti a impedire l’uso di metodi politico-diplomatici prevaricatori e su almeno tre condizioni positive che sono:
  • una costituzione repubblicana opposta quindi al regime in cui gli individui sono sudditi e non cittadini; 
  • un federalismo di liberi stati costituendo una lega della pace;
  • il dovere dell’ospitalità universale, che dovrebbe essere realizzata sulla base di un diritto cosmopolitico e che riguarderebbe non tanto il rapporto di uno stato con i propri cittadini ma il rapporto con i cittadini degli altri Stati.


La libertà e i limiti dello Stato
Kant afferma la necessità di uno Stato repubblicano basato su tre principi della ragione:
  1. libertà;
  2. uguaglianza davanti alla legge;
  3. Indipendenza dell'individuo in quanto cittadino.



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