Biografia: Cecco Angiolieri


Biografia:
Cecco Angiolieri nacque a Siena, intorno al 1260, da messer Angioliero, agente di cambio e poi frate dei Gaudenti, e da Lisa Salimbeni Angeleri. Insieme al padre partecipò alla guerra contro  Arezzo in aiuto dei Fiorentini e, in quella occasione poté, forse, incontrare Dante. Pare anche che sia stato bandito da Siena verso la fine del Duecento, soggiornando egli a Roma dopo il 1303. Nei documenti del tempo il nome di lui è segnato per processi e multe: per assenza ingiustificata durante una campagna militare in Maremma nel 1281, per ribellione alla forza pubblica, per vita dissipata, perché accusato d'aver preso parte a un ferimento. Nel 1302 lo troviamo costretto a vendere un vigneto. Si ridusse in miseria; dopo la sua morte i figli, trovandosi a spartire soltanto una montagna di debiti, preferirono rinunciare all'eredità. La data del decesso è da situare tra il 1311 e il 1313 , Restano di lui centocinquanta sonetti, di cui sessanta dedicati a una certa Becchina, popolana figlia di un calzolaio, la quale lo adesca, gli fa il broncio, gli sfugge, lo tormenta.


Analisi del personaggio

Nei suoi   versi ha voluto ricavare l'immagine di un Cecco squattrinato e plebeo, cliente affezionato della taverna e del "dado", figlio degenere, vituperatore impenitente del padre e della madre, amante disincantato e rozzo, sempre indeciso fra le grazie procaci di una Becchina rustica e plebea e gli inviti allettanti del bicchiere pieno all'osteria. Un Cecco cinico, beffardo, amaro, nemico a ogni costo di leggi, convenzioni, obblighi, usi e costumi sanciti da rispettabili e onesti cittadini. Ma trarre dall'arte sua una biografia, un programma di vita, è far coincidere in modo arbitrario immaginazione e realtà, finzioni ed esperienza.
Cecco può scrivere amaramente che la miseria l'abbia scelto come figlio e che lui l'abbia riconosciuta come madre, che ama solamente tre cose: la donna, la taverna e il gioco, che odia il padre, che per lui i parenti sono solo dei fiorini (soldi), che se potesse arderebbe il mondo e taglierebbe la testa a tutti.
Ma nelle sue amarezze, negli avvii veementi e turgidi delle imprecazioni, si sente il gioco dello scrittore, il gusto di immaginare, il divertimento d'un grande talento che ama deridere, con se stesso, gli altri e soprattutto le cose che diremmo "sacre", come gli affetti e la casa, il padre e la amore, l'amore e l'amicizia.
E a volte sempre perfino di scorgere una vena di tristezza in quel suo voler sempre irridere ogni cosa e per nulla e nessuno riscaldarsi, se non per se stesso e le proprie passioni.


Lo stile

La lingua di Cecco non è quella del popolo: rivela una dosatura di suoni, di ritmi, di espressioni forti, una scelta accurata delle parole, una intelligenza che tutto sorveglia e dirige. Avvertiamo insomma in lui la presenza pungente di un'arte: l'arte del grottesco. In essa a volte il ricordo della poesia giullaresca si fa così evidente da far pensare al teatro. Anche il suo celebre sonetto S'i fosse foco è un grande lazzo, un mimo, quasi davanti a un pubblico.



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