Dante Alighier, s'i' so' bon begolardo - Cecco Angiolieri


In questo terzo sonetto rivolto a Dante, scompaiono le maniere gentili e amichevoli, egli torna allo scherno e all'ingiuria: se io sono un buffone - dice a Dante - tu hai lo stesso vizio, se io scrocco a pranzo, tu una cena: siamo ambedue parassiti, tagliamo i panni addosso alla gente.
L'allusione alla povertà di Dante, esule e costretto a vivere dell'ospitalità altrui e naturalmente ingenerosa; mitigata, però, dal trasparente riconoscimento della «sventura» che ha colpito Dante mentre il «poco senno» ha portato lui, Cecco, a comportarsi come uno scroccone.


Testo:

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Sì che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.


E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.


Parafrasi

Dante Alighieri, se io sono un bel buffone, tu viene subito dopo di me; se io mi procuro il desinare a spese d'altri, tu a spese d'altri ti procuri la cena; se io mordo il grasso, tu ne succhi il lardo; se io ho trasceso, tu certo non ti moderi molto; se io m'atteggio a nobile, anche tu ti atteggi a messere; e se io ho soggiornato a Roma, tu fai il parassita in Lombardia. Sicché, sia lode al cielo, ciascuno di noi due ben poco può rimproverare all'altro: poca fortuna o poco giudizio ci inducono a questo. E se vuoi continuare a discutere di ciò, Dante Alighieri, io ti stancherò, poiché io sono il tafano e tu sei il bue.


Analisi del testo

Livello metrico
Sonetto con rime incrociate nelle quartine e alternate nelle terzine. Lo schema è ABBA, ABBA; CDC, DCD.

Livello lessicale, sintattico e stilistico
Il testo, che presenta alcune forme toscane (come il «so» dei vv. 1, 6, 8) o propriamente senesi (come il «misser» del v. 7), ed espressioni popolaresche (come «begolardo», v. 1) è costruito nelle quartine su una successione di periodi ipotetici, tutti coincidenti con un intero verso (tranne il primo, che si distende su due versi). A partire dal v. 3, il primo emistichio – che coincide con la protasi – presenta l’ammissione, perlomeno ipotetica, del vizio che Dante, in un precedente sonetto ora perduto, aveva rimproverato a Cecco; il secondo emistichio – coincidente con l’apodosi – attribuisce lo stesso vizio, talvolta anche aggravato, a Dante stesso. La ripetitività è accentuata dall’anafora e dal ripetersi dell’«e» paraipotattico all’inizio del secondo emistichio. Per questi tratti, il testo richiama assai da vicino il sonetto S’i’ fosse foco, arderei ’l mondo, che presenta anche il medesimo schema metrico. Il ritmo rallenta nelle terzine, peraltro costruite anch’esse in modo sintatticamente assai semplice. La figura retorica dominante è la metafora, spesso corposa e popolaresca (vv. 3-5, v. 14), come si addice a un genere – la tenzone – che, nella sua versione comica, si incentra spesso sullo scambio di battute ingiuriose.

Note:
A misser = cioè a messere, a coloro che stanno in alto.



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