S'io prego questa donna che Pietate - Guido Cavalcanti


Testo:

S’io prego questa donna che Pietate
non sia nemica del su’ cor gentile,
tu di’ ch’i’ sono sconoscente e vile
e disperato e pien di vanitate.

Onde ti vien sì nova crudeltate?
Già risomigli, a chi ti vede, umìle,
saggia e adorna e accorta e sottile
e fatta a modo di soavitate!

L’anima mia dolente e paurosa
piange ne li sospir’ che nel cor trova,
sì che bagnati di pianti escon fòre.

Allora par che ne la mente piova
una figura di donna pensosa
che vegna per veder morir lo core.



Parafrasi

Se io prego questa donna che la pietà non sia nemica del suo nobile cuore, tu dici che sono irriconoscente e vile, disperato e pieno di vanità. Donde ti viene tanta crudeltà? Già sembri, a chi ti vede, umile, serena, saggia e bella, accorta e piena d'ingegno, creatura soave!
La mia anima addolorata e timorosa piange nei sospiri che ritrova nel cuore, sicché escono bagnati di lacrime. Allora sembra che nella mia mente scenda una figura di donna corrucciata che venga per veder morire il mio cuore.



Analisi del testo

Il sonetto è ricco di mutamenti e di ambiguità scoperte (soprattutto nella seconda quartina): che accentuano così il contrasto fra la crudeltà della donna amata e la sua apparente soavità.

Nel 3° verso vi è un rapido passaggio dalla terza persona al familiare «tu di'»: il trapasso è proprio dei discorsi interiori che tendono a tradursi in confidenza, in domanda.


Figure retoriche

Antitesi: crudeltà/soavità (vv. 5-8)



Commento

Cavalcanti, conformemente all'atteggiamento intellettuale che è comune a questi poeti, considera le apparenze sensibili come segni da interpretare; ma, secondo questo testo, la realtà che esse adombrano le contraddice e le capovolge: la donna, che alla vista si presenta «umìle / saggia e adorna e accorta e sottile / e fatta a modo di soavitate» è animata invece da straordinaria crudeltà.

Ogni elemento del sistema concettuale subisce, nel testo, una scissione che moltiplica la ambiguità: l'io dell'amante si divide nell'anima (che piange, «dolente e paurosa» ), nel cuore (che sospira e che morirà), nei sospiri (che escono «bagnati di pianti»), nella mente; la donna si sdoppia in due personaggi: quella crudele, con cui si svolge il dialogo, e la figura malinconica e distaccata che piove nella mente.

La dissociazione dell'io in tre entità (anima, cuore, mente) deriva, secondo alcuni studiosi, dall'influenza dell'averroismo: anima e cuore subiscono violentemente la perturbazione indotta dall'amore per la donna concretamente sensibile; la mente contempla invece una donna idealizzata. Se questo è vero, Cavalcanti vuol dire che l'amore produce una contraddizione insanabile, poiché intelletto e sensibilità divergono: la mente costruisce astrazioni, il cuore soccombe.



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