Confronto: fuga di Angela e di Erminia


Nel secoli XV e XVI, quando i poemi epico-cavallereschi avevano raggiunto una grande diffusione nelle corti italiane, due autori si evidenziano per i loro capolavori: Ariosto e Tasso, che scrivono rispettivamente l'Orlando furioso e la Gerusalemme liberata, ispirandosi ai predecessori e mescolando ciclo bretone e carolingio. Nei loro poemi assumono un ruolo molto importante, anzi fondamentale le figure femminili di Angelica ed Erminia, due figure complesse e tormentate, che sono entrambe in fuga, ma che affrontano la loro esistenza in modi del tutto diversi.
Angelica, inseguita dai cavalieri innamorati perdutamente di lei, scappa in continuazione da loro, usando l'astuzia e una mente brillante insieme alla sua bellezza, tanto che questi non riescono mai a raggiungerla. Nella descrizione della sua fuga Ariosto riesce in qualche modo a trasmettere ai lettori il fatto che Angelica non sarà raggiunta dai suoi inseguitori, perché la presenta come una donna forte e coraggiosa, che affronta anche le "selve spaventose e scure, [...] lochi inabitati, ermi e selvaggi", grazie alla sua determinazione e alla sua furbizia. (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso 1, ottava 33)
Al contrario Erminia scappa per altri motivi, fugge per salvare la propria vita, perché chi la insegue sono dei cavalieri, i quali vogliono ucciderla. Quindi la sua fuga assume un'importanza ancora più grande e si tinge di drammaticità. La condizione di questa donna è disperata e lei non riesce neanche a ragionare per trovare una via d'uscita. E' disorientata, ma non può fermarsi dalla sua corsa.
"nè più governa il fren la man tremante,/ e mezza quasi par tra viva e morta./ [...] Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno/ errò senza consiglio e senza guida,/ non udendo o vedendo altro d'intorno/ che le lagrime sue, che le sue strida." (Torquato Tasso, Gerusalemme liberata 7, ottave 1-3)
Inoltre Tasso, un autore molto diverso da Ariosto, trasmette attraverso il personaggio di Erminia parte del suo tormento interiore e lo fa anche descrivendo un paesaggio tetro e molto cupo:
"In tanto Erminia infra l'ombrose piante d'antica selva dal cavallo è scorta" (Torquato Tasso, Gerusalemme liberata 7, ottava 1).
I due episodi di fuga, per di più, si concludono in modi diversi: Angelica ritrova Medoro e se ne innamora, mentre Erminia arriva in un locus amoenus, tra pastori, da dove può solo pensare all'amato Tancredi, che è innamorato di un'altra donna: Clorinda. Quindi la felicità idilliaca di Angelica si contrappone nettamente ai tristi sospiri dell'infelice Erminia. L'amore non corrisposto viene descritto con versi commoventi:
"ne la scorza de' faggi e de gli allori/ segnò l'amato nome in mille guise,/ e de' suoi strani ed infelici amori/ gli aspri successi in mille piante incise,/ e in rileggendo poi le proprie note/ rigò di lacrime le belle gote." (Torquato Tasso, Gerusalemme liberata 7, ottava 19)
Nella loro diversità, però le due donne hanno anche dei tratti affini. Sono entrambe musulmane (Erminia di Antiochia, Angelica del Catai) e di nobili origini. Hanno una bellezza che le distingue e quando per motivi differenti sono costrette a fuggire lo fanno da sole, come una sorta di viaggio interiore, a cavallo, attraverso i boschi.
Sono perciò evidenti i richiami che Tasso fa al personaggio di Angelica di Ariosto, ma ancor più evidenti e rilevanti sono le differenze messe in rilievo dalla persona di Erminia.



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