Riassunto Seconda Guerra Fredda


In Iran una rivoluzione portò alla deposizione dello scià Reza Pahlevi e alla nascita (1979) di una repubblica islamica guidata dell’Ayatollah Khomeini, che si proponeva di esportare la rivoluzione islamica in tutto il mondo musulmano. Nello stesso 1979 diventò presidente dell’Iraq Saddam Hussein, che instaurò ben presto una feroce dittatura. Dal 1980 al 1988 una sanguinosa guerra oppose i due Paesi, entrambi interessati a un’egemonia nel Golfo Persico.
Tra i Paesi che si trovavano esposti al contagio rivoluzionario che proveniva dall’Iran vi erano le repubbliche sovietiche centro-asiatiche abitate da popolazioni musulmane. Fu in parte questo a spingere l’Unione Sovietica di Brexnev a invadere l’Afghanistan nel dicembre 1979, dietro richiesta del governo afghano. L’invasione dell’Afghanistan suscitò le proteste del mondo occidentale e fu seguita dal sostegno inviato ai guerriglieri musulmani da parte di alcune potenze occidentali, in particolare dagli Stati Uniti.
A partire dai primi anni Settanta e per buona parte degli anni Ottanta l’economia dei Paesi industrializzati entrò in una fase di recessione. Di fronte agli interventi necessari per la crisi economica, la spesa pubblica dei Paesi occidentali aumentò vertiginosamente; ciò fece emergere il pesante costo sopportato dalle economie per mantenere i livelli esistenti di Welfare State. L’Inghilterra di Margaret Thatcher e l’America di Ronald Reagan negli anni Ottanta affrontarono la crisi economica con un intenso programma di liberalizzazione e di deregolamentazione, di riduzione cioè dell’intervento pubblico nell’economia. La recessione comportò difficoltà economiche per tutti i Paesi europei, che tuttavia proseguirono nel loro percorso di unificazione. I dodici Stati che facevano parte della Comunità europea gettarono le basi per una confederazione politica (1986), rafforzando i poteri del Parlamento europeo e la cooperazione tra i Paesi.
Negli anni Ottanta si verificò un inasprimento delle relazioni Usa-Urss: durante questo periodo si ebbe rinnovo dell’arsenale bellico sovietico, che portò alla conseguente installazione di nuove basi militari americane in Europa. Il presidente degli Usa Ronald Reagan sostenne, a sua volta, le dittature dell’America Latina e i Paesi che si opponevano all’espansionismo sovietico e adottò un dispendioso progetto di difesa detto scudo spaziale, che suscitò proteste tra pacifisti e democratici.
Nell’Europa orientale la crisi economica e i numerosi problemi interni fecero crescere l’avversione contro i regimi comunisti. In Polonia scioperi operai avevano portato alla nascita (1980) del sindacato autonomo Solidarnosc, che richiese libere elezioni. I dirigenti comunisti, che attuarono un colpo di Stato (1981).
Nel 1982, intanto, in Unione Sovietica veniva eletto segretario Michail Gorbaciov, convinto sostenitore della necessità di un cambiamento della vita politica ed economica sovietica e di un rilancio della distensione in campo internazionale. L’attività del nuovo leader si basò su due presupposti, indicati con i termini russi glasnost (trasparenza) e perestrojka (ricostruzione) e destinati a mutare i tratti di fondo del sistema sovietico.
Nel nuovo clima di apertura politica, i regimi comunisti dell’Europa orientale poterono riportare in primo piano le richieste di rinnovamento precedentemente negate. Fu così che in Polonia, dopo un’altra serie di scioperi, si giunse alle prime elezioni libere, nel 1989, che segnarono la vittoria di Solidarnosc e l’instaurazione del primo governo non comunista del dopoguerra nell’Europa dell’Est.
Nella Germania orientale una pacifica rivolta fece cadere il regime comunista. Il 9 novembre 1989 la caduta del muro di Berlino permise il libero transito della popolazione verso Occidente e segnò con un evento simbolico di grande portata la fine della guerra fredda. Nel 1989 il regime comunista crollò anche in Ungheria, in Romania e in Cecoslovacchia, che nel 1933 si divise in Repubblica ceca e Repubblica slovacca. Nel 1990 caddero anche i regimi comunisti di Bulgaria e Albania.
In Unione Sovietica l’ascesa di Boris Eltsin, fautore di un’economia di mercato, metteva in crisi Gorbaciov, contro cui esponenti del governo , del Partito comunista e parte dell’esercito tentavano senza successo un colpo di Stato (19 agosto 1991).
Nel frattempo si moltiplicavano le spinte secessioniste delle repubbliche: nel 1991 si dichiaravano indipendenti le tre repubbliche baltiche, Estonia, Lettonia, Lituania, seguite da Georgia, Armenia, Ucraina e Bielorussia e così via fino alla creazione della Comunità di Stati indipendenti (Csi, dicembre 1991), che segnava la fine dell’Urss. Il 25 dicembre Gorbaciov si dimise dalla carica di presidente della repubblica.

Analisi della seconda guerra fredda
Sul piano delle relazioni internazionali, a partire dal 1977 si realizza un inasprimento dei rapporti tra Usa e Urss (2° guerra fredda), che si protrarrà fino alla metà degli anni Ottanta di cui l’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979) è la manifestazione più eclatante. La ripresa della corsa agli armamenti atomici e il relativo incremento drammatico sulle economie già arretrate dell’Europa orientale. Nel frattempo in Medio Oriente intervengono nuovi fattori di instabilità. Da una parte la rivoluzione islamica dell’Ayatollah Lhomeini in Iran fa intravedere la prospettiva inquietante di un fondamentalismo religioso che si sostituisce alla politica e riesce a conquistare la masse sciite. Dall’altra l’avvento al potere in Iraq di Saddam Hussein, laico ma deciso a sostenere la parte sunnita della società irachena, innesca un conflitto per l’egemonia nell’area del Golfo Persico, che darà luogo a una lunga e sanguinosa guerra.
In questo non rassicurante quadro internazionale, i Paesi industrializzati tentano di uscire dalla grave recessione economica degli anni Settanta attraverso la messa in atto di nuove politiche neoliberiste, basate sulla riduzione dell’intervento dello Stato e la compressione dei salari. Soprattutto Margaret Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan negli Stati Uniti sulla cosiddetta deregulation, con risultati contraddittori: fenomeni come l’inflazione, la disoccupazione e il debito pubblico vengono ridimensionati, ma spesso a scapito del tenore di vita dei ceti meno abbienti.
Nel corso degli anni Ottanta matura infine la crisi definitiva del blocco comunista. Con l’avvento di Michail Gorbaciov alla guida dell’Urss prende avvio una stagione di dialogo internazionale e di grandi riforme interne, improntate alla liberazione della politica e dell’economia. Le ripercussioni del nuovo corso Gorbaciov finiranno col provocare il crollo dei vari regimi comunisti nei Paesi dell’Europa dell’Est e, poi, la dissoluzione della stessa Unione Sovietica.
Tra il 1989, data della caduta del muro di Berlino, e il 1991, anno della disgregazione dell’Urss, gli equilibri politici del pianeta vengono sconvolti: si apre un inquieta fase di transizione, senza un ordine internazionale ben delineato.


Situazione generale
In Iran nasce nel gennaio 1979 la repubblica islamica guidata dal capo religioso sciita, l’ayatollah Khomeini. La nuova realtà politica, fondata su un rigido integralismo religioso, sfugge all’egemonia di entrambi i blocchi e si pone come modello per tutto il mondo islamico.
Nel luglio 1979 il generale Saddam Hussein instaura in Iraq una dittatura, appoggiandosi alla minoranza sunnita. La rivalità con il vicino Iran per l’egemonia nell’area del Golfo Persico conduce alla lunga guerra Iran-Iraq (1980-1988).
Nel settembre 1979 l’Unione Sovietica di Breznev invade l’Afghanistan, dove il governo filocomunista si sente minacciato dalla guerriglia di stampo islamico.
Ad Halabja, città del Kurdistan iracheno, cinquemila Curdi vengono uccisi dai gas tossici (marzo 1988): il massacro è compiuto dall’aviazione di Saddam Hussein per reprimere una rivolta della minoranza curda alla fine della guerra Iran-Iraq.
L’avvento di Gorbaciov alla guida del Pcus (1982) innesca in Unione Sovietica un processo di rinnovamento, destinato a concludersi con un evento epocale: il disfacimento dell’Urss (1991) e la nascita di una Comunità di Stati indipendenti (Csi), all’interno della quale la Russia assume un ruolo guida).
Il 9 novembre 1989 la caduta del muro di Berlino dà il via a una reazione a catena in tutti i Paesi dell’Est: fra il 1989 e il 1990 nei vari Stati si formano governi non comunisti, in primo luogo nella Polonia di lech Walesa.
Nel 1991 numerosi Stati prima inglobati nell’Urss proclamarono la loro indipendenza: Lettonia, Estonia, Lituania, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, Armenia, Moldavia, Bielorussia.

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