Storia della Prima Guerra Mondiale


Riassunto completo e dettagliato:

Nel primo decennio del XX secolo l'Europa era sempre più divisa da rivalità economiche e da spinte nazionalistiche. Le relazioni internazionali erano influenzate negativamente soprattutto dal dinamismo e dall'aggressività della Germania di Guglielmo II, che mostrava scarso interesse per il mantenimento di un equilibrio fra gli Stati. Fu così che nel volgere di breve tempo fu vanificato gran parte del lavoro fatto dall'ex cancelliere Bismarck: ciò avvenne - ad esempio - quando Guglielmo II decise di non rinnovare i rapporti di amicizia con la Russia, permettendo alla Francia repubblicana di concludere con l'impero zarista nel 1893 una solida quanto pericolosa alleanza. La Francia infatti era profondamente ostile alla Germania, colpevole di averle sottratto nel corso della guerra franco-prussiana (1870-1871) le ricche regioni dell'Alsazia e della Lorena, ed era perciò animata da un forte spirito di rivalsa, la cosiddetta revanche.
Nel frattempo si erano deteriorati i rapporti fra Germania e Inghilterra: Guglielmo II aveva infatti creato una potente marina militare, minacciando da vicino il secolare predominio navale britannico. Per tutta risposta l’Inghilterra si era avvicinata alla Francia (Intesa cordiale, 1904) e all’impero russo (Triplice Intesa, 1907). A quel punto il pericolo che Bismarck aveva sempre cercato di evitare, e cioè l’accerchiamento militare della Germania in caso di guerra, era divenuto realtà, in un’Europa ormai divisa in due blocchi contrapposti e pronti allo scontro (Triplice Alleanza e Triplice Intesa).

Le due crisi marocchine
La rivalità tra le due potenze venne esacerbata fra la fine del Novecento dalla corsa alle colonie, che aveva portato gran parte dell’Africa e dell’Asia sotto la dominazione europea. La Germania, pur se in ritardo rispetto agli altri Stati, aveva creato con Guglielmo II un potente impero d’oltremare, interferendo con gli interessi strategici e commerciali britannici e francesi. Il supporto tedesco all’indipendenza del Marocco fu causa ad esempio delle due crisi marocchine (1905 e 1911). Il Marocco era considerato dalla Francia nuovo partner strategico della Gran Bretagna, una contropartita al riconoscimento dell’Egitto come zona d’influenza britannica. La Germania di Guglielmo II, portò le due nazioni a un passo dallo scontro armato. La questione si risolse inaspettatamente con un compromesso che garantì alla Francia una certa libertà d’azione in Marocco in cambio della cessione di una parte del Congo francese alla Germania.

Le rivendicazioni nazionali dei Serbi
Un'altra grave crisi si manifestò nel settore balcanico, dove riprese forza l’espansionismo austriaco, unico vero alleato della Germania, ai danni dell’impero turco. All’interno dell’impero il partito nazionalista dei giovani Turchi tentò di avviare un processo di modernizzazione e di europeizzazione delle istituzioni statali. L’impero austriaco approfittò di questa fase di transizione per annettere nel 1908 la Bosnia-Erzegovina, violando le deliberazioni del congresso di Berlino del 1878. Questo gesto irritò in particolare la Serbia, la quale, forte dell’appoggio della Russia, aspirava invece a liberare dall’Austria le popolazioni della Bosnia e dell’Erzegovina e a riunire in un unico Stato nazionale gli Slavi del Sud o Iugoslavi (Serbi, Bosniaci, Sloveni e Croati). La Serbia infatti era divenuta negli ultimi anni un naturale centro di raccolta di tutti i patrioti oppressi, gli irredentisti, ansiosi di unire i loro sforzi contro la tirannia austriaca.

Le due guerre balcaniche
Nel 1912 la situazione nella penisola balcanica precipitò, dando luogo alla prima guerra balcanica. Mentre l’Italia stava conducendo la guerra per la conquista della Libia, la Serbia, la Grecia, il Montenegro e la Bulgaria, approfittando dello scontro italo-turco, si coalizzarono per sottrarre all’impero ottomano la Macedonia. La guerra che ne derivò durò solo pochi mesi e terminò con il pieno successo della coalizione, favorita dall’appoggio della Russia. Si giunse così al trattato di Londra (maggio 1913), in virtù del quale l’impero turco rinunciò a tutti i territori europei, tranne Costantinopoli e gli Stretti, e accettò la formazione del regno indipendente di Albania, cosa che suscitò il risentimento della Serbia, che l’aveva militarmente occupata e che dal trattato era stata esclusa su pressione dell’impero austro-ungarico e dell’Italia, concordi nel non volere un ulteriore rafforzamento di quel Paese e un suo sbocco sull’Adriatico.
La pace durò comunque meno di due mesi a causa degli aspri dissensi insorti nel corso delle operazioni di spartizione della Macedonia tra gli stessi vincitori, i quali riuscirono faticosamente a raggiungere un nuovo accordo con la pace di Bucarest (luglio-agosto 1913), risoltasi con l’assegnazione di una consistente parte della Macedonia alla Serbia.

La polveriera balcanica
Il bilancio delle due guerra balcaniche risultava molto negativo non solo per l’impero austriaco, che si trovava di fronte una Serbia rafforzata e più pericolosa che mai per le sue rivendicazioni territoriali nei riguardi della Bosnia e dell’Erzegovina, ma anche per la Russia, i cui tentativi di dominio sugli Stretti erano ancora una volta falliti; infine per i nuovi e meno nuovi Stati balcanici, ciascuno dei quali tormentato da sospetti, malumori e delusioni per il trattamento subito e le rivendicazioni rimaste inattuate. Da ultima l’Italia, da tempo ormai in contrasto sempre più stridente con l’Austria per le reciproche pretese sull’Albania, oltre che per l’intricata questione delle terre irredente.
La regione balcanica costituiva dunque per l’Europa una vera polveriera, nella quale convergevano gli interessi del  nazionalismo slavo, del militarismo austriaco e dell’imperialismo russo.

Viene assassinato l’erede al trono d’Austria: Francesco Ferdinando
In un quadro internazionale estremamente delicato, sarebbe stato sufficiente un incidente minimo per fare esplodere un sanguinoso conflitto. La scintilla scoccò infatti il 28 giugno del 1914, quando a Sarajevo, capitale della Bosnia allora sotto sovranità dell’Austria, vennero uccisi nel corso di una visita ufficiale l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando (1863-1914) e la moglie Sofia. Autore del delitto fu uno studente serbo, Gavrilo Princip, aiutato da tre compagni, membri come lui di una società patriottica segreta che mirava alla formazione di una Grande Serbia.
L’Austria si mostrò subito decisa a non perdere l’occasione per dare una lezione alla Serbia e reagì in misura sproporzionata al fatto, inviando a Belgrado un ultimatum di 48 ore, contenente richieste durissime. Malgrado ciò, il governo serbo volle dare prova di responsabilità e si affrettò a rispondere in termini concilianti, ma l’Austria, che pretendeva una resa senza condizioni, non si ritenne soddisfatta e dichiarò guerra alla Serbia (28 luglio 1914), sospinta in tale direzione dall’elemento militarista, molto influente a corte.

Entra in gioco il sistema delle Alleanza
L’iniziativa austriaca sconvolse profondamente l’Europa, che dal tempo delle guerre napoleoniche non aveva più vissuto conflitti particolarmente gravi e prolungati sul proprio territorio. Scattò infatti il meccanismo delle Alleanze militari e quello assai più complesso della mobilitazione generale, giudicata dagli storici come la grande novità del drammatico evento, per il fatto che non coinvolse più un limitato numero di persone, bensì masse enormi da riunire, equipaggiare, addestrare per un conflitto che i contemporanei considerarono risolvibile in tempi brevi, anzi brevissimi.
Al contrario, lo sforzo bellico si rivelò assai più impegnativo di quanto con troppo ottimismo si era ritenuto, tanto da concentrare tutte le energie produttive dei singoli Paesi, impegnandole nelle fabbriche, nelle campagne, negli uffici, nei servizi, a fornire quanto fosse indispensabile all’apparato militare ormai in pieno movimento.
Nel giro di pochi giorni il conflitto divenne generale: fin dal 3 agosto la Germania entrò in guerra a fianco dell’impero austro-ungarico (Imperi centrali) contro la Russia e la Francia, schieratesi a fianco della Serbia.

Invasione del Belgio, entra in guerra l’Inghilterra
Il piano dello Stato maggiore germanico, elaborato in gran segreto tra il 1898 e il 1905 dal generale Alfred von Schlieffen (1833-1913), mirava a mettere rapidamente fuori combattimento l’esercito francese, per concentrare in un secondo momento tutte le forze sul fronte orientale, prima che fosse terminata la mobilitazione russa, resa molto lenta dalle enormi distanze e dall’insufficienza delle comunicazioni. Per ottenere una rapida vittoria sul fronte occidentale bisognava però prendere alle spalle l’esercito francese schierato sulla frontiera e tal fine il generale tedesco Helmuth von Moltke (1848-1916), nipote del vincitore della Francia nel 1870, invase il Belgio (4 agosto 1914), violandone la neutralità, sulla base del presupposto che i trattati internazionali erano soltanto dei pezzi di carta. Un simile atto costituì un gravissimo errore psicologico e politico: infatti non solo contribuì a far apparire l’esercito germanico agli occhi dell’opinione pubblica mondiale come l’espressione tipica del sopruso e della violenza, ma indusse anche l’Inghilterra, oltremodo preoccupata per la presenza dei Tedeschi sulle coste della Manica, a scendere in campo a fianco della Francia (4 agosto).

Fallimento della guerra lampo
Il piano di invasione della Francia doveva tuttavia fallire. Infatti, contro ogni previsione, i Belgi opposero un’accanita resistenza e riuscirono a ostacolare per quasi due settimane l’avanzata tedesca, facendo saltare strade, ponti, linee ferroviarie. L’esercito francese, efficacemente appoggiato da reparti britannici sbarcati in tempi brevi sul continente, ebbe quindi la possibilità di prepararsi a difendere il nuovo fronte e di fermare l’invasore, giunto al fiume Marna (un affluente di destra della Senna) a soli 40 chilometri da Parigi: qui dal 6 al 12 settembre impegnò il nemico in una sanguinosa battaglia e riuscì a respingerlo sul fiume Aisne, dove il fronte si stabilizzò- In tal modo la guerra, che fino a quel momento era stata guerra di movimento, si trasformava in una terribile e logorante guerra di posizione.

La guerra sul fronte orientale
Non meno complesse furono le operazioni sul fronte orientale. Ai primi del mese di agosto i Russi, benché militarmente impreparati, avevano invaso la Prussia e la loro avanzata era divenuta ben presto così minacciosa che per arginarla il comando tedesco si era visto costretto a prevalere numerosi reparti dal fronte occidentale. In tal modo il vecchio e valoroso generale Ludwing Hinerburg (1847-1934) riuscì a fermare e sbaragliare di Tannenberg (26-29 agosto) e dei laghi Masuri (8-10 settembre). Quasi contemporaneamente però gli Austriaci furono costretti dalla pressione russa ad abbandonare la Galizia e a ritirarsi. A questo punto anche sul fronte orientale la guerra si stabilizzava  e ogni slancio aggressivo si esauriva nel fango delle trincee.

Cosa accadeva fuori dall’Europa
A partire dall’autunno del 1914 il conflitto si spostò anche sul mare: in particolare la Germania e l’Inghilterra diedero inizio a una guerra navale lungo le principali rotte dell’Adriatico e del Pacifico, allo scopo di bloccare il traffico marittimo nemico e di impedire i rifornimenti di armi e beni di consumo. Tale guerra non fu combattuta da corazzate o incrociatori, ma da navi corsare, le quali, camuffate da mercantili neutrali, operavano sui mari più lontani, attaccando d’improvviso e affondando tutte le navi che incrociavano. Gli inglesi subirono in un primo momento l’iniziativa della Germania, ma l’8 dicembre 1914 riuscirono a infliggere ai Tedeschi una dura sconfitta presso le isole Falkland, al largo del Cile, scoraggiandoli da ulteriori tentativi di blocco navale ai loro danni.
Nel frattempo, il 23 agosto 1914, anche il Giappone aveva dichiarato guerra alla Germania. I giapponesi erano infatti da tempo interessati ad ampliare la propria zona d’influenza in Cina, ma non volevano urtare gli interessi dell’Impero britannico e degli Stati Uniti, anch’essi presenti in Estremo Oriente. Perciò il 7 novembre occuparono il porto di Kiaochow, importante protettore tedesco in Cina: la guerra a quel punto era giunta nei territori coloniali.
In breve anche l’Africa fu coinvolta nel conflitto e per la prima volta nelle operazioni militari furono impiegati dei reparti indigeni.  Su questo fronte le potenze dell’Intesa giunsero a occupare le colonie tedesche dell’Africa sud-occidentale, il Togo, il Camerun e l’Africa orientale tedesca.
L’Intesa dichiarò inoltre guerra all’impero ottomano, che, inizialmente neutrale, si era alleato con la Germania e aveva attaccato alcune città russe sul Caucaso. Fu così che gli Inglesi si impadronirono della città di Bassora, in Mesopotamia (22 novembre): la guerra, dunque , iniziava ad assumere dimensioni realmente mondiali.

L’Italia si dichiara neutrale
Il governo italiano, nel luglio del 1914, era stato colto di sorpresa dagli avvenimenti: l’Austria, infatti, non solo aveva iniziato l’ultimatum alla Serbia senza informare il nostro Paese, ma aveva anche dato inizio a una guerra offensiva, e ciò in aperto contrasto con quanto prevedeva il trattato della Triplice Alleanza. A buon diritto, dunque, l’Italia, il 2 agosto 1914 aveva dichiarato ufficialmente di voler restare neutrale, offrendo così ai francesi la possibilità di sguarnire la frontiera alpina e di concentrare le forze disponibili a difesa di Parigi.

Il patto di Londra
Nei dieci mesi che trascorsero dall’agosto del 1914 al maggio del 1915 si susseguirono in Italia accese discussioni fra neutralisti e interventisti, mentre il governo cercava di ottenere da Vienna, in cambio della neutralità, compensi territoriali. Nello stesso tempo le potenze dell’Intesa tentavano di attirare l’Italia dalla loro parte. Alla fine il ministro degli esteri Sidney Sonnino (1847-1922) si decise di firmare con le potenze dell’Intesa il patto di Londra (26 aprile 1915): in base ad esso l’Italia garantiva agli alleati il proprio intervento al loro fianco entro trenta giorni; gli alleati le riconoscevano il diritto di estendere il proprio territorio all’Istria e alla Venezia tridentina e di annettersi il Dodecaneso (Rodi e altre isole del Egeo) e una parte della Dalmazia, nonché un equo compenso coloniale, nel caso si arrivasse a una spartizione tra Francia e Inghilterra dei possedimenti tedeschi in Africa. Il patto era assolutamente segreto e tale restò fino al 1917, sia per le forze politiche sia l’opinione pubblica.

Italia: scontro tra neutralisti e interventisti
Intanto nel Paese gli interventisti mobilitavano la piazza, organizzando in tutta la penisola numerose manifestazioni, durante quelle furono poi chiamate le radiose giornate di maggio e che ebbero come oratore ufficiale Gabriele D’Annunzio. L’interventismo sembrava tuttavia votato all’insuccesso a causa della maggioranza neutralista presente nel Parlamento, legata al nome di Giovanni Giolitti. Il 13 maggio, sentendosi virtualmente battuto sul piano parlamentare, Salandra prese la decisione di presentarsi dimissionario del re, il quale però era apertamente favorevole all’intervento e lo invitò a restare al governo.

L’Italia entra in guerra nel 24 maggio 1915
Il 20 maggio all’ordine del giorno delle camere vi era l’approvazione del conferimento dei pieni poteri al governo in caso di guerra; qualche giorno prima Giolitti lasciò Roma per andare in Piemonte. Sotto l’impressione suscitata dal fermo atteggiamento del re, dall’inaspettata decisione rinunciataria di Giolitti, nonché dalle sempre più violente manifestazioni di piazza, il Parlamento, scosso e disorientato, finì per votare con 407 voti contro 74 i pieni poteri a Salandra con la sola opposizione del cattolico Guido Miglioli e dei deputati socialisti.
Una ferma protesta per il metodo antiparlamentare e antidemocratico seguito dal sovrano e dal governo per portare il Paese alla guerra, fu pronunciata in Parlamento da Filippo Turati, ma non ebbe alcun effetto: il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria dopo averle inviato il giorno prima un ultimatum.

1915-1916 Guerra di posizione e trincee
Al termine del primo anno di guerra, il progetto tedesco di una guerra lampo, da risolversi in poche battaglie, poteva essere considerato definitivamente fallito. Negli anni 1915-1916 ebbe inizio una nuova fase e il conflitto si trasformò in una guerra di posizione, combattuta nel fango delle trincee. Alla fine del 1914 buona parte dell’Europa era attraversata da un complesso sistema di trincee, caratteristica tipica e unica del primo conflitto mondiale, da dove milioni di soldati si fronteggiavano senza affrontarsi quasi mai in scontri campali.
Le trincee erano costituite da fossati scavati a zigzag, difese dai soldati di prima linea attraverso postazioni di tiro. Nelle retrovie si sviluppò un complesso di infrastrutture comprendenti posti di comando, centri di medicazione, strade e addirittura ferrovie, mentre i soldati vivevano in ricoveri sotterranei, in condizioni igieniche e meteorologiche spesso spaventose (pioggia, neve, fango, topi). Probabilmente l’aspetto peggiore e più sfibrante della vita in trincea, in particolare per quanto riguarda la prima linea, fu la staticità: la trincea, di fatto, impediva ogni possibilità di condurre una guerra di movimento. Con la luce infatti era pressoché impossibile compiere qualsiasi azione, anche il seppellimento dei cadaveri, a causa della presenza dei cecchini nemici (erano detti cecchini i tiratori scelti dell’esercito austriaco dal nomignolo Cecco Beppe, affibbiato in Italia all’imperatore Francesco Giuseppe). Questa immobilità forzata era la causa del abbrutimento dei soldati, i quali dovevano sopportare lunghe ore in assenza di acqua e cibo. Gli unici momenti di svago, anche se i soldati venivano sostituiti in media ogni quattro giorni dalla prima linea, erano l’arrivo della posta da casa e le occasionali licenze, oltre al forte spirito di corpo che permise a tanti uomini di accettare sacrifici disumani e prove di grande coraggio.

La situazione sui due fronti
La trincea dunque esprimeva, anche da un punto di vista fisico, l’apparente equilibrio in cui la guerra si trascinò tra il 1915 e il 1916 senza che nessuno dei Paesi belligeranti fosse in grado di risolvere a proprio favore il conflitto. La situazione di stallo era più evidente sul fronte occidentale, dove anche se era stato possibile contenere la pressione germanica sulle linee di difesa, le forze anglofrancesi non riuscivano a passare al contrattacco. Le maggiori difficoltà per l’Intesa provenivano però dal fronte orientale, dove i Russi erano stati ricacciati con gravissime perdite non solo dalla Galizia, ma anche dalla Polonia e dalla Lituania. Inoltre, proprio mentre le truppe zariste si ritiravano precipitosamente, gli Austro-Tedeschi con l’appoggio della Bulgaria riuscivano a mettere fuori combattimento la Serbia e a costituire insieme alle truppe turco bulgare un fronte ininterrotto dal Mar Baltico al Mar Egeo.

Il fronte turco e il genocidio degli Armeni
L’intesa subì un altro insuccesso nel corso di una spedizione navale nei Dardanelli. Ideata dal ministro della marina britannica Winston Churchill (1874-1965) al fine di aprire attraverso gli Stretti una diretta comunicazione con la Russia, l’impresa dovette essere abbandonata dopo vari mesi di aspri combattimenti a causa soprattutto dell’ostinata resistenza dei Turchi. Costoro furono inoltre responsabili di una terribile persecuzione nei confronti degli Armeni, che vivevano nelle regioni nord-orientali dell’Anatolia e in Cilicia e che costituivano un’importante componente del multietnico impero ottomano. Qui, a partire dal 1915, alcuni battaglioni armeni arruolati nell’esercito russo iniziarono a reclutare loro connazionali che combattevano fra le fila dell’esercito ottomano, scatenando la dura risposta del governo nazionalista guidato dai Giovani Turchi. Costoro, temendo che gli Armeni passassero dalla parte dell’Intesa, reagirono con la deportazione e lo sterminio di massa della popolazione.

L’italia e le battaglie dell’Isonzo e del Carso
L’entrata in guerra dell’Italia costituì l’unico elemento decisamente positivo per l’Intesa. Il nostro esercito, al comando di Luigi Cadorna ( 1850-1928), figlio del generale che aveva guidato le truppe italiane nel 1870 a Porta Pia, entrò in azione proprio mentre era in atto la rottura del fronte russo. Subito l’avanzata fu portata al di là del confine austriaco, sia pure a costo di gravi perdite, ma l’esercito italiano dovette arrestarsi presso Gorizia, a causa della tenacissima resistenza austriaca.
Tra il giugno e il dicembre 1915 furono combattute le quattro battagli dell’Isonzo, risoltesi con perdite ingentissime e con risultati assai modesti, malgrado il valore e lo spirito di sacrificio dimostrati dai soldati italiani, male equipaggiati, scarsamente armati e guidati da comandi spesso non all’altezza della situazione, che si ostinavano a seguire le ormai superate regole tattiche e strategiche ottocentesche. Con il sopraggiungere dell’inverno anche sul fronte italiano aveva inizio così un’estenuante guerra di posizione.

Terzo anno di guerra (1916)
Il terzo anno di guerra si aprì con eserciti numerosissimi di uomini che ancora si fronteggiavano a breve distanza l'uno dall'altro, dietro i reticolati e immersi nel fango delle trincee, mentre all'interno dei singoli Paesi milioni di uomini e donne - il fronte interno - venivano impegnati all'estremo delle loro forze, per produrre armi, munizioni, autocarri, aeroplani e quant'altro necessitava per alimentare l'immane conflitto.
Il 1916 fu un anno molto duro per tutti i belligeranti: sui fronti di guerra non si ebbero mutamenti importanti, ma le perdite furono enormi e si crearono crescenti difficoltà di approvvigionamento. Le battaglie di Verdun (febbraio-luglio) e delle Somme (giugno-novembre) sul fronte francese  si risolsero in vere e proprie stragi, senza conseguire alcun risultato decisivo, malgrado l'uso indiscriminato dei primi lanciafiamme e delle prime bombe contenenti gas afissianti.

La guerra sul mare: Jutland
Benché si combattesse essenzialmente sulla terraferma, grande importanza ebbe anche la guerra sul mare. La Germania, pur essendo dotata di corazzate capaci di competere con la temibile flotta inglese, dopo le sconfitte subite sul Pacifico evitò uno scontro diretto, facendo invece un più largo ricorso ai sommergibili, capaci di colpire con i siluri anche le più potenti navi da guerra. In questo modo il comando militare tedesco pensava di riuscire a rompere il blocco navale imposto dalle potenti flotte congiunte dell'Inghilterra e della Francia: blocco che aveva determinato nel fronte interno una spaventosa penuria di generi alimentari e di materie prime. Fu così che si scatenò una guerra sottomarina che mise ben presto a durissima prova gli equipaggi alleati, impegnati ad assicurare i rifornimenti marittimi, provenienti soprattutto dall'America, ai rispettivi Paese. Non furono risparmiati neppure le navi dei Paesi neutrali, né quelle passeggeri come il transatlantico inglese Lusitania, affondato dai Tedeschi il 7 maggio 1915 con a bordo 1200 passeggeri, dei quali 139 erano cittadini americani.
Nel 1916 la Germania cercò di dare una svolta al conflitto sul mare sfidando apertamente le forze dell'Intesa nella battaglia dello Jutland, svoltasi nello stretto dello Skagerrak, al largo della penisola danese (31 maggio). Tale battaglia causò gravissime perdite da ambo le parti ma non ebbe esiti risolutivi. Ciò convinse i tedeschi a intensificare la guerra sottomarina, non solo nel Mare del Nord, ma anche nell'Oceano Atlantico: tale strategia, però, finì con l'irritare ulteriormente gli Stati Uniti, che subivano sempre più spesso l'affondamento delle loro navi commerciali.

La vendetta austriaca contro l'Italia
Nel maggio del 1916, dopo mesi di relativa calma, si riprese a combattere aspramente anche sul fronte italiano. Il 15 maggio infatti gli Austriaci sferrarono in Trentino, fra l'Adige e il Brenta, una violenta offensiva, detta con boria militare Strafexpedition (spedizione punitiva), con l'intenzione di vendicare il tradimento dell'Italia e di diminuire la pressione dell'esercito italiano per concentrarsi su altri fronti. L'azione dell'Austria, grazie alla superiorità schiacciante dell'artiglieria, ebbe inizialmente successo, ma il successivo intervento dei Russi, giunti in soccorso degli Italiani, portò Vienna sull'orlo della capitolazione, evitata all'ultimo momento solo per l'aiuto in uomini e mezzi ricevuto dalla Germania.
Proprio nel corso dei combattimenti sul fronte italiano caddero prigionieri dell'Austria Cesare Battisti e Fabio Filzi, entrambi patrioti trentini di cittadinanza austriaca, che vennero impiccati come traditori nel castello del Buon Consiglio di Trento; la stessa tragica sorte toccò ad altri irredentisti di cittadinanza austriaca, come il trentino Damiano Chiesa e l'istriano Nazario Sauro.

Il ministero Boselli
Di fronte al grave pericolo corso nel Trentino, che aveva posto in drammatica evidenza l'impreparazione e la debolezza dell'esercito italiano, il governo Salandra si dimise. Il nuovo governo, detto di concentrazione nazionale era presieduto da un vecchio patriota, Paolo Boselli (1838-1932), il quale, desiderando rispettare in pieno gli impegni e le responsabilità assunte a Londra dall'Italia, il 28 agosto 1916 dichiarò guerra anche alla Germania. Pochi giorni prima il nostro esercito aveva iniziato una poderosa offensiva sull'Isonzo e il 9 agosto aveva conquistato Gorizia, dopo aver espugnato posizioni considerate fino allora imprendibili, quali il San Michele e il Sabotino. La città friulana, dinanzi alla quale si era combattuto per più di un anno, era finalmente in mano italiana, ma a costo di sacrifici sempre più pesanti e sproporzionati in uomini e in mezzi.

1916 Falliscono le promesse di pace
Nonostante il successo conseguito dall'Intesa sul fronte italiano e un miglioramento della situazione su quello orientale, le sorti della guerra rimanevano ancora incerte. Il 21 novembre 1916 morì a Vienna, dopo 68 anni di regno, il vecchio imperatore Francesco giuseppe e gli succedette il nipote Carlo I (1887-1922), fermamente convinto che la salvezza della monarchia poteva trovarsi solo nella pace, ormai da tutti desiderata. Anche la Germania, del resto, non era contraria a cercare una via d'uscita dal conflitto: perciò prese l'iniziativa di fare giungere ai Paesi dell'Intesa alcune proposte di accordo attraverso il pontefice Benedetto XV (1914-1922), succeduto a Pio X a guerra appena iniziata, la cui voce si era più volte levata a invocare la fine dell'inutile strage. Un simile passo avveniva però in un momento particolarmente sfavorevole, essendo proprio allora divenuto primo ministro in Inghilterra David Lloyd Geroge (1863-1945), convinto sostenitore della guerra a oltranza. Così anche le altre potenze dell'Intesa finirono per accettare le sue idee, tanto più che l'Austria e la Germania si rifiutavano di abbandonare i territori occupati nel coso della guerra prima di iniziare le trattative di pace.

I socialisti contro la guerra
Nel mondo socialista continuava intanto il dibattito nei riguardi della guerra. Il Partito socialista italiano, contrariamente alla posizione assunta dai riformisti, ribadì con fermezza la condanna del conflitto e indicò una possibile soluzione in una pace senza vincitori né vinti e quindi senza annessioni e indennità. Si delineò inoltre una minoranza di estrema sinistra, che proclamava la necessità di un disfattismo rivoluzionario, sottolineando con tale espressione la ferma volontà di approfittare della disperata situazione in cui versavano le masse per abbattere i regimi capitalistici e instaurare un'integrale forma di comunismo. Su tale versante erano i cosiddetti spartachisti tedeschi, ossia i seguaci della Lega di Spartaco, fondata nel 1916 dai marxisti Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, nonché i bolscevichi legati a Lenin, che di lì a poco avrebbero dato origine alla rivoluzione in Russia.

Il fronte interno
Svanita l'illusione di una guerra lampo, l'Europa si trovò di fronte alla realtà di una guerra di logoramento di cui non si riusciva a vedere la fine. Sui vari fronti si iniziò ben presto a lamentare la carenza di munizioni e l'inadeguatezza dell'equipaggiamento (particolarmente drammatica in questo senso fu la situazione italiana). D'altra parte, in ogni nazione vi erano difficoltà di approvvigionamento di viveri a causa della cessazione degli scambi commerciali, del blocco navale e dell'abbandono dei campi da parte dei contadini, chiamati in massa a ingrossare le file degli eserciti.
Tutti gli Stati belligeranti si trovarono così a dover intervenire sia per incrementare in modo massiccio la produzione di armi, sia per gestire la situazione interna. Fu necessario perciò intuire i prestiti di guerra , coordinare tutte le attività industriali, favorendone la conversione verso la produzione bellica, intervenire per pianificare la politica alimentare, ricorrendo al razionamento dei consumi alimentari e al controllo dei prezzi. furono ovunque istituiti appositi organismi per dirigere l'economia di guerra. Per la Germania si è parlato addirittura di socialismo di guerra: un energico e brillante industriale, Walther Rathenau, organizzò un complesso ed efficiente apparato che amministrava e gestiva la produzione, i rifornimenti, il razionamento alimentare, ponendo tutti i tedeschi in grado di lavorare alle dipendenze del ministero della Guerra. Per ottenere un tale coinvolgimento della popolazione civile, era necessario inoltre controllare l'informazione e alimentare la propaganda, che mai fino ad allora aveva avuto tanto peso, cercando di convincere l'opinione pubblica che si stava combattendo una giusta guerra. Furono addirittura creati apposti uffici di censura per soffocare il dissenso e reprimere le rivendicazioni sociali.
Questo stato generalizzato di cose determinò ovunque un accentramento di poteri nelle mani dello Stato fino ad allora mai riscontrato. I partiti di opposizione furono relegati ai margini della vita politica, mentre le forze politiche favorevoli alla guerra tesero a coalizzarsi fra loro. Naturalmente fra queste vi erano i grandi gruppi industriali, che trassero consistenti vantaggi dai nuovi assetti, arricchendosi enormemente grazie alla grosse commesse statali e all'assenza di disordini sociali.
Affinché la produzione industriale funzionasse, era fondamentale affrontare il problema della scarsità di manodopera, nelle campagne e nelle città: perciò molti operai specializzati furono richiamati dal fronte, ma soprattutto vi fu un massiccio ingresso di donne nel mondo del lavoro. Queste ultime andarono a ricoprire ruoli fino ad allora impensabili: guidavano gli autobus a Londra e persino a Milano, conducevano la metropolitana a Parigi, facevano le operaie nei cantieri navali tedeschi. Si scoprì insomma la loro capacità di lavorare con abilità in settori per eccellenza maschili. Questo sul piano sociale rappresentò un grande sconvolgimento, dal momento che le donne fino ad allora erano state escluse dalla vita produttiva e dalla politica, ben lontane dall'ottenere il diritto di voto, osteggiato anche in ambienti più progressisti. In Gran Bretagna, nel timore che l'impiego di forza lavoro femminile una volta finita la guerra avrebbe prevalso a causa dei salari inferiori, i sindacati ottennero parità di retribuzione tra uomini e donne. Tuttavia i tassi di occupazione femminile alla fine della guerra tornarono come nel 1914.
Un'economia quindi che marciava a pieni ritmi, ma solo nel settore bellico, mentre l'industria civile e il settore agricolo era completamente trascurati. Nonostante gli interventi statali il costo della vita lievitò enormemente, del 305 per cento in Germania, del 264 per cento in Italia, del 205 per cento in Gran Bretagna, determinando ovunque miseria, malcontento e stanchezza per la guerra. Tutti questi fattori costituirono fra l'altro i germi della futura crisi che si sarebbe manifestata alla fine del conflitto.

Logoramento
La lunga guerra stava ormai logorando gli animi dei soldati di tutti i Paesi in lotta, oltretutto duramente provati da un inverno particolarmente rigido, e causava difficoltà sempre più gravi alle popolazioni civili. La mancanza di manodopera, l'esigenza di impegnare anche le donne nelle fabbriche e in ogni altro posto di lavoro, la crescente scarsità di viveri e di materie prime, il rapido aumento dei prezzi cominciavano infatti a farsi universalmente sentire, mentre la propaganda pacifista andava diffondendosi fra la popolazione e le truppe. Queste ultime si abbandonavano sempre più spesso a manifestazioni di insofferenza e di insubordinazione: si moltiplicavano così i casi di diserzione e quelli ben più gravi di autolesionismo, duramente puniti dai tribunali militari.
La repressione non riuscì tuttavia a eliminare il malcontento per le enormi perdite di mezzi e soprattutto di vite umane, nonché la preoccupazione per i primi prigionieri e per i dispersi. Ad accrescere l'insofferenza generale si aggiungeva la constatazione degli enormi profitti ricavati da industriali e speculatori di ogni tipo (i cosiddetti pescecani), in aperto contrasto non solo con la durissima vita dei soldati al fronte, ma anche con le pesanti privazioni sopportate dagli abitanti delle campagna e dei piccoli centri urbani. Il senso di stanchezza ormai ampiamente diffuso tra le popolazioni assumeva in alcuni casi forme di aperta protesta nel corso di manifestazioni di piazza, come quella avvenuta a Torino nell'agosto 1917, repressa con 41 morti.

La Russia si ritira dalla guerra
Il prolungarsi della guerra era motivo di tensioni particolarmente gravi in Russia, dove l'opposizione al regime dello zar Nicola II era attiva da tempo. Nel febbraio del 1917, in un clima di profondo malcontento, scoppiò una nuova sommossa, che portò nell'arco di breve tempo all'abdicazione dello zar e in seguito all'instaurazione di un governo rivoluzionario comunista guidato dal capo dei bolscevichi Lenin. La rivoluzione, detta d'ottobre, ebbe come conseguenza immediata il ritiro della Russia dal conflitto. Il nuovo governo infatti procedette subito a intavolare con l'Austria-Ungheria e con la Germania intense trattative, che si conclusero nel dicembre 1917 con l'armistizio di Brest-Litovsk, poi trasformato in pace nel marzo del 1918.

L'Italia viene sconfitta a Caporetto dagli austriaci
Il crollo del fronte russo costituì un duro colpo per l'Intesa. Dal punto di vista militare gli alleati si trovarono a dover sopportare il peso di oltre quaranta divisioni austro-germaniche trasferite sul fronte occidentale. In un primo momento il peso maggiore della nuova situazione dovette essere sopportato dall'esercito italiano, il quale nel corso della primavera e dell'estate aveva già organizzato e condotto a termine due offensive sugli altipiani e sul Carso. Subito dopo però l'avanzata italiana aveva subito un arresto.
Tra il 23 e il 24 ottobre 1917 gli Austriaci, aiutati da sette divisioni tedesche, scatenavano infatti un improvvisa e potente controffensiva, spezzando il fronte italiano a Caporetto. L'attacco austriaco determinò una paurosa emorragia di uomini e di mezzi e gli alti comandi italiani imputarono ingiustamente la sconfitta alla presunta viltà di alcuni reparti ma specialmente al disfattismo predicato e diffuso da socialisti e cattolici.

La battaglia sul Piace
Tuttavia a tale grave situazione l'Italia reagì con fermezza, Infatti, mentre nel Paese al debole ministero Boselli succedeva un nuovo ministero Boselli succedeva un nuovo ministero di unione nazionale presieduto da Vittorio Emanuele Orlando (1860-1952) e si procedeva alla mobilitazione di tutte le forze di lavoro per colmare le perdite di materiale subite e per alimentare la resistenza delle truppe; al fronte la difesa della linea del Piave, su cui era attestato l'esercito italiano, venne affidata ai veterani e alle giovanissime reclute delle ultime leve, i soldatini della classe 1899. Guidati dal generale Armando Diaz (1861-1928), che aveva sostituito Cadorna al comando supremo, i reparti presenti sul Piave contrastarono con grande coraggio ed efficacia ogni tentativo di sfondamento del nemico e si prepararono addirittura alla riscossa. Sembrò allora che la guerra, pur avendo causato tante perdite e tanti disagi, avesse portato a compimento il processo unitario e contributivo allo sviluppo della coscienza nazionale. Anche gli esponenti socialisti esortarono gli Italiani a procedere compatti nella lotta contro l'invasione straniera.

Entrano in guerra gli Stati Uniti
Ogni pessimistica previsione per questo 1917, così poco favorevole all'Intesa e così oscuro per l'Intera Europa, fu rovesciata dall'intervento degli Stati Uniti d'America nel conflitto, avvenuto nell'aprile del 1917. Fu in particolare il presidente Woodrow Wilson (1856-1924) che, sotto la crescente pressione dell'opinione pubblica, indusse il Congresso a dichiarare guerra alla Germania in nome della libertà e del diritto dei popoli all'autogoverno e della necessità di abbattere i regimi autoritari al fine di creare i presupposti per una piena democrazia e per una pace duratura. L'intervento americano a fianco delle potenze dell'Intesa influì notevolmente sulle sorti del conflitto. Gli Stati Uniti infatti nel giro di pochi mesi fecero giungere in Europa enormi quantità di viveri, di mezzi e di uomini (i soldati americani in Europa nel 1918 superavano i due milioni), contribuendo in maniera decisiva a colmare i vuoti apertisi nelle file degli eserciti alleati in un anno di crisi e di battaglie tremende. D'altra parte, non va dimenticato che tale intervento determinò un forte indebitamento nei confronti degli Stati Uniti da parte dell'Europa, che divenne debitrice non solo per le rilevanti quantità di viveri e di materie prima importanti, ma anche per un ampia e varia serie di prodotti finiti, che l'industria europea, impegnata nella produzione di guerra, non era in condizione di realizzare.

I fallimenti degli attacchi degli imperi centrali
Nella primavera del 1918 Germania e Austria tentarono la prova suprema. Benché la loro situazione interna stesse diventando ormai insostenibile, i due imperi riunirono sui rispettivi fronti tutte le riserve disponibili in uomini e mezzi al fine di spezzare la resistenza avversaria prima dell'arrivo in europa del grosso degli aiuti americani. I Tedeschi sferrarono il loro attacco agli Anglo-Francesi verso la fine del mese di marzo alla presenza dello stesso Guglielmo II (di cui il nome di battaglia del Kaiser), riuscendo a fare di nuovo arretrare il fronte alleato fino alla Marna, sulla stessa linea raggiunta nel 1914. Ma a questo punto, come allora, essi non poterono più avanzare, soprattutto per merito del comandante francese Ferdinando Foch, il quale nel mese di luglio riuscì a sferrare una potente controffensiva (la cosiddetta seconda battaglia della Marna, dopo quella del 1914) con l'appoggio massiccio di aeroplani, di carri armati e dei primi contingenti militari giunti d'oltreoceano con enormi quantitativi di armi, viveri e materiali. Aveva inizio così per i tedeschi quel movimento dell'8-11 agosto (le giornate nere dell'esercito tedesco) sarebbe continuato lento ma inesorabile fino alla resa definitiva. Nel mese di giugno anche l'Austria giocava l'ultima carta, attaccando con disperata decisione sul Piave, ma senza successo. Nel frattempo la marina da guerra italiana e l'aviazione portavano il loro contributo al positivo sviluppo delle operazioni. Le imprese di maggiore rilievo vennero compiute nell'Adriatico dagli speciali reparti costituiti da velocissimi motoscafi anti-sommergibili (mas), alle cui audaci azioni fu dovuto l'affondamento di tre corazzate austriache.

La battaglia di Vittorio Veneto - L'armistizio di Villa Giusti
L'esercito austriaco si manteneva comunque abbastanza saldo e compatto, ma all'interno l'impero asburgico viveva una profonda crisi a causa dell'insofferenza dei diversi popoli che lo costituivano. Alla fine di settembre a peggiorare la situazione intervenivano le richiese di pace della Turchia e della Bulgaria, ormai esauste. Fu allora che il generale Diaz decise di dare corso a una grande offensiva meticolosamente preparata, che ebbe inizio il 24 ottobre, anniversario di Caporetto, e nel giro di pochi giorni determinò lo sfondamento del fronte austriaco a Vittorio Veneto e la precipitosa ritirata del nemico: una ritirata che ben presto si trasformò in disfatta.
Così, poche ore dopo che le nostre truppe erano entrate a Trento e che la nostra flotta aveva sbarcato reparti a Trieste, il 3 novembre 1918 a Villa Giusti, nei pressi di Padova, l'Austria era costretta a firmare l'armistizio e il giorno successivo il generale Diaz poteva annunciare la vittoria con un proclama alla nazione italiana.

Fine prima guerra mondiale: le repubbliche
L'11 novembre 1918 anche la Germania, dopo essersi liberata del Kaiser e proclamata repubblica, chiese la sospensione delle ostilità. Il nuovo governo provvisorio delegato alla stipula dell'armistizio, firmato in una carrozza ferroviaria nella foresta di Compiègne, era presieduto dal socialdemocratico Friedrich Ebert (1871-1925). A sua volta l'Austria il 12 novembre 1918 proclamò la repubblica, dopo la rinuncia ufficiale al potere da parte dell'imperatore Carlo I, che, come aveva fatto due giorni prima Guglielmo II in Germania, aveva abbandonato in tutta fretta il Paese. Il giorno 13 l'Ungheria diventava una repubblica indipendente.

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