Italo Svevo: Una vita


Italo Svevo: Una vita

Riassunto:
Il romanzo narra le vicende di Alfonso Nitti, che lascia il suo villaggio nel Carso e trova impiego a Triste, presso la banca Maller, dove però è scontento della vita che conduce. Trascorre le sue giornate tra il lavoro in ufficio e la biblioteca comunale, dove si reca a leggere e studiare, sognando per sé il successo letterario. Ma Alfonso non sa mettere a frutto i suoi studi umanistici: non riesce a concludere il romanzo progettato con Annetta,la figlia di Maller, né sa vivere l'amicizia con Lucia, la figlia dei Lanucci, una famiglia piccolo borghese che lo ospita a pensione. Il suo orgoglio intellettuale cade di fronte alla superiorità pratica del brillante avvocato Macario, cugino di Annetta e suo rivale in amore. Alfonso si rivela un teorista, analizzatore di se stesso ma destinato alla rinuncia alla vita.
Grazie alle velleità intellettuali di Annetta, Alfonso riesce a vederla quasi ogni sera, con il pretesto di scrivere assieme a lei un romanzo a quattro mani, ma non sa mettere a frutto i consigli di Francesca, la governante amplesso, Annetta, spaventata da un possibile scandalo, pretende che Alfonso la lasci. Egli allora abbandona Trieste per assistere la madre malata; alla morte della quale vende la casa e fa ritorno in città.
Annetta si è frattanto fidanzata con Macario e rifiuta di vedere Alfonso. Questi soccorre con il proprio denaro Lucia Lanucci, figlia del suo affittacamere, che nel frattempo è stata sedotta e abbandonata da un uomo. Annetta accetta un ultimo colloquio con Alfonso, ma i due ex fidanzati litigano; allora Federico Maller, fratello di Annetta, sfida Alfonso a duello. La notte precedente allo scontro, dopo aver rinunciato a scrivere ad Annetta, Alfonso si uccide con l esalazioni di una stufa a gas. Quella era la rinunzia scrive Svevo, ch'egli aveva sognata. Bisognava distruggere quell'organismo che non conosceva la pace; vivo avrebbe continuato a trascinarlo nella lotta perchè era fatto a quello scopo.
Il romanzo è inquadrato, all'inizio e alla fine, tra due lettere. Nella prima Alfonso rinuncia alla madre il proprio arrivo in città (non credere, mamma, che qui si stia tanto male, son io che ci sto male), la seconda è una lettera fredda, burocratica, della direzione della banca, che annuncia la morte del proprio impiegato per cause del tutto ignote e precisa ora e luogo del funerale, avvenuto addì 18 con l'intervento dei colleghi e della direzione.

Da Un inetto a Una vita"
Svevo scrisse il romanzo tra il 1887 e il 1889. Sottopose quindi il manoscritto, con il titolo Un inetto, a Emilio Treves, un triestino d'origine ebraica trasferitosi a Milano, dove aveva fondato la più importante casa editrice italiana d'allora. Treves tuttavia rifiutò la pubblicazione e Svevo si rassegnò a rivolgersi a un piccolo editore triestino, Ettore Vram, che nell'autunno del 1892 stampò mille copie del libro a spese dell'autore. Il romanzo uscì con un titolo diverso: fu l'editore a proporre una vita, formulazione che suonava meno urtante e più rassicurante rispetto a Un inetto.

Un romanzo di tipo naturalistico
Con un titolo che sembrava promettere un resoconto biografico (similmente a Une vie, Una vita, romanzo del francese Guy de Maupassant, 1883), il primo romanzo sveviano s'inseriva nel solco del Naturalismo: al momento della stampa (1892) era trascorso un decennio soltanto dall'uscita dei Malavoglia di Verga. L'impianto di fondo del racconto è in effetti naturalistico: utilizzando la sua diretta conoscenza del mondo triestino, Svevo compie un'indagine minuziosa e rigorosa dei caratteri dei personaggi e dei loro ambienti sociali.

Si tratta di tre ambienti e quindi di tre livelli di vita, fra loro diversi e lontani.

  • Il livello intermedio è quello del mondo bancario, con le sue severe leggi di lavoro, dominato dal dispotico principale Gustavo Maller; qui si svolge la vicenda principale del protagonista, Alfonso Nitti.
  • A un livello più alto vi sono gli eleganti ritrovi in casa Maller: qui si spadroneggia Annetta, la donna vanamente amata da Alfonso. E' il mondo della ricca borghesia cittadina, un mondo da poco affacciatosi alla letteratura, e che diverrà l'assoluto protagonista da qui in avanti.
  • All'estremo opposto, Svevo descrive l'umile ambiente popolano di casa Lanucci, dove il protagonista ha preso alloggio.
L'esito di questa indagine d'ambiente è negativo: attraverso il fallimento di Alfonso si delinea sia l'incapacità degli intellettuali di origine piccolo borghese (com'è Alfonso, romanziere frustato) di misurarsi con i mutamenti sociali e culturali in atto, sia la sconfitta di una società per la quale il valore più alto è l'affermazione sociale dell'individuo e la conquista del profitto a ogni costo.

Il racconto di un fallimento esistenziale
Il romanzo rivela una profonda natura filosofica: il malessere del protagonista, infatti, reca le tracce inconfondibili della lettura che Svevo Schmitz aveva compiuto dell'opera del filosofico tedesco Arthur Schopenhauer. Alfonso insegue nel campo letterario la pace interiore e la felicità, ma il suo è uno sforzo vano: non può accedere a quei valori perché, secondo l'insegnamento di Schopenahuer, non riesce a spogliarsi del proprio attaccamento alla vita, della propria volontà di potenza. Alfonso cotiva la letteratura non come forma di conoscenza pura, bensì quale strumento di rivalsa e di promozione sociale: perciò non riesce a giungere all'ascesi raccomandata da Schopenhauer, non può conquistare uno stato di contemplazione, cioè il distacco dalla vita.
Alfonso esaurisce la propria spinta artistica nelle fantasticherie di cui popola il suo universo interiore. Cerca il distacco ma soffre di un ossessivo disagio, spirituale e sociale insieme. In lui prevalgono i segni della fragilità nervosa, della debolezza psichica. Da questo punto di vista, più che un racconto di stampo naturalistico Una vita è soprattutto un moderno romanzo psicologico. L'atto estremo compiuto da Alfonso, il suicidio, è lo sbocco per lui purtroppo inevitabile di una spirale di esperienze dolorose, destinate a ripetersi senza vie d'uscita. Esso rappresenta anche l'ultimo modo per esprimere la sua volontà d'affermazione (un altro tema schopenhaueriano) e, insieme, un'autopunizione da parte di chi scopre che non potrà mai raggiungere il successo desiderato.

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